lunedì 28 febbraio 2011

SHELTER - IDENTITA' PARANORMALI

Shelter - Identità paranormali
Titolo originale: Shelter
Nazione: USA
Anno: 2010
Genere: horror
Durata: 2h02m
Regia: Måns Mårlind, Björn Stein
Sceneggiatura: Michael Cooney
Fotografia: Linus Sandgren
Musiche: John Frizzell
Cast: Julianne Moore, Jonathan Rhys Meyers, Jeffrey DeMunn, Frances Conroy, Nathan Corddry, Brooklynn Proulx, Brian A. Wilson, Joyce Feurring, Steven Rishard, Charles Techman, John Peakes, Michael Graves, Chaz Moneypenny


Trama
Cara Jessup è una psichiatra forense convinta che le personalità multiple non esistono realmente e che dunque i criminali debbano essere condannati per le loro azioni. Suo padre, il dottor Harding, le sottopone il caso di David Bernburg, un giovane su una sedia a rotelle. Cara parla con David ma non trova nulla di particolarmente strano in lui. Ma il padre di Cara invita David a far uscire fuori Adam Saber che può alzarsi senza problemi dalla carrozzina: due personalità nello stesso corpo. Quando Cara scopre David Bernburg è stato anni prima vittima di un omicidio il mistero assume toni inquietanti.

Recensione
“Shelter - Identità paranormali” è un film dalle premesse molto interessanti: una trama intrigante, la presenza di Michael Cooney come sceneggiatore (autore dell’ottimo “Identità” che, già dal titolo, ne mostra le attinenze), un’attrice, Julianne Moore, che ha ormai dimostrato del sue qualità, una produzione di stampo “indie” e due registi svedesi, Måns Mårlind e Björn Stein, brillanti in patria, all’esordio in una produzione americana.
In effetti, nei primi minuti, “Shelter - Identità paranormali” appare un valido ritorno ai classici b-movie horror crime che affollavano i cinema e le videoteche degli anni ’80 e ’90. La caratterizzazione dei personaggi si mostra efficace: Cara Jessup è una psichiatra forense convinta che le personalità multiple non esistano, ma siano solo scuse per evitare che un assassino sia liberato dalle sue colpe; il dottor Harding, padre di Cara, è cerca, invece, si smontare le sue presuntuose certezze. Jeffrey DeMunn, l’attore che lo interpreta, ha quel fascino da dottore pazzo a là “Doc” di “Ritorno al futuro” che riesce a convincerti dell’impossibile. Quando, però, fa la sua apparizione Jonathan Rhys Meyers con la sua faccia da finto bravo ragazzo (vedi “Match Point” di Woody Allen) le cose si complicano. Tutte quelle personalità che si accalcano nel suo personaggio, quegli scatti epilettici e quei movimenti presi a prestito da “L’esorcista”, sono efficaci da un punto di vista visivo, ma troppo assurdi da spiegare anche nel caso di un horror paranormale.
La trama di “Shelter - Identità paranormali”, a primo impatto originale ed intrigante, viene sviluppata in modo contorto e poco comprensibile, tanti sono gli ingredienti (scienza, fede, voodoo, superstizione, personalità multiple, paranormale, omicidi rituali e così via) che Cooney propone allo spettatore che si ritrova disorientato nell’intreccio messo in scena dai due giovani registi. Uno sviluppo così aggrovigliato, sintomo di una regia che non mostra all’altezza, tale da far perdere fascino e inquietudine.
Nonostante questi palesi difetti “Shelter - Identità paranormali” si guadagna la pagnotta, sia per la fotografia che ben ritrae le atmosfere cupe, sia per la presenza Julianne Moore, attrice che ormai non necessita di altre conferme. Dopo averlo visto, nasce il desiderio che, magari un giorno, qualche regista di maggior valore si cimenti in un remake. Perché l’idea è ottima, ma la sua realizzazione ingarbugliata.

Voto: 60%

Trailer “Shelter - Identità paranormali”


OSCAR 2011: I VINCITORI

Oscar 2011 - I vincitori
Rispettando tutti i pronostici, “Il discorso del re” è il film vincitore degli Oscar 2011, giunti alla 83esima edizione Non si tratta di un trionfo in quanto delle 12 nomination si aggiudica soltanto quattro statuette, anche se quelle più importanti e prestigiose: miglior film, miglior regista (Tom Hooper), miglior sceneggiatura originale (David Seidler) e miglior attore protagonista. Colin Firth, già vincitore del Golden Globe, è il vincitore dell’ambita statuetta grazie alla sua stupenda interpretazione di Giorgio VI.
Dunque la cerimonia, presentata da Anne Hathaway e James Franco (in nomination come miglior attore), non ha fatto mostrato particolari sorprese. Natalie Portman vince meritatamente la statuetta come miglior attrice protagonista per “Il cigno nero”, vincitrice anche lei del Golden Globe. Il film “The fighter” consegna il miglior attore e la miglior attrice non protagonista, Christian Bale e Melissa Leo, rispettivamente madre e figlio nel film sul mondo della boxe di David O. Russell. Anche “Inception” si aggiudica quattro Oscar, anche se tutti per categorie tecniche: fotografia, sonoro, missaggio del suono ed effetti speciali. “The social network”, il film sulla storia di Facebook e del suo creatore Mark Zuckerberg, tra i favoriti vincitori alla vigilia con otto candidature, deve accontentarsi dei premi per la miglior sceneggiatura non originale, miglior colonna sonora e montaggio.
Gli Oscar 2011 vedono la grande sconfitta dei fratelli Coen. “Il Grinta”, infatti non vince nessuna statuetta nonostante si presentasse con ben dieci nomination. Due Oscar al film “Alice in Wonderland” di Tim Burton, miglior scenografia e migliori costumi. Quest’ultima statuetta viene soffiata all’unico protagonista italiano, “Io sono l’Amore”: Antonella Cannarozzi, costumista del film di Luca Guadagnino, torna dunque a casa senza Oscar.
“Toy Story 3 - La grande fuga” è il vincitore dell’Oscar come miglior film d’animazione. Il film della Pixar/Disney si aggiudica anche l’Oscar come miglior canzone. Il miglior film straniero è il danese “In un mondo migliore” di Susanne Bier.
Questa la lista completa dei vincitori degli Oscar 2011 (in grassetto) tra tutti i candidati:


Miglior film
Il discorso del re, regia di Tom Hooper

Il cigno nero, regia di Darren Aronofsky
The fighter, regia di David O. Russell
Inception, regia di Christopher Nolan
I ragazzi stanno bene, regia di Lisa Cholodenko
127 ore, regia di Danny Boyle
The social network, regia di David Fincher
Toy story 3 - La grande fuga, regia di Lee Unkrich
Il Grinta, regia di Ethan Coen e Joel Coen
Un gelido inverno - Winter’s bone, regia di Debra Granik

Miglior regia
Tom Hooper - Il discorso del re

Darren Aronofsky - Il cigno nero
David O. Russell - The fighter
David Fincher - The social network
Ethan Coen e Joel Coen - Il Grinta

Miglior attore protagonista
Colin Firth - Il discorso del re

Xavier Bardem - Biutiful
Jeff Bridges - Il Grinta
Jesse Eisenberg - The social network
James Franco - 127 ore

Miglior attrice protagonista
Natalie Portman - Il cigno nero

Annette Bening - I ragazzi stanno bene
Nicole Kidman - Rabbit hole
Michelle Williams - Blue Valentine
Jennifer Lawrence - Un gelido inverno - Winter’s bone

Miglior attore non protagonista
Christian Bale - The fighter

John Hawkes - Un gelido inverno - Winter’s bone
Jeremy Renner - The town
Mark Ruffalo - I ragazzi stanno bene
Geoffrey Rush - Il discorso del re

Miglior attrice non protagonista
Melissa Leo - The fighter

Amy Adams - The fighter
Helena Bonham Carter - Il discorso del re
Hailee Steinfeld - Il Grinta
Jackie Weaver - Animal kingdom

Miglior sceneggiatura originale
David Seidler - Il discorso del re

Mike Leigh - Another year
Eric Johnson, Scott Silver e Paul Tamasy - The fighter
Christopher Nolan - Inception
Stuart Blumberg e Lisa Cholodenko - I ragazzi stanno bene

Miglior sceneggiatura non originale
Aaron Sorkin - The social network

Simon Beaufoy e Danny Boyle - 127 ore
Michael Arndt, John Lasseter, Andrew Stanton e Lee Unkrich - Toy Story 3 - La grande fuga
Ethan Coen e Joel Coen - Il Grinta
Debra Granik e Anne Rosellini - Un gelido inverno - Winter’s Bone

Miglior cartone animato
Toy Story 3 - La grande fuga, regia di Lee Unkrich

Dragon trainer, regia di Dean DeBlois e Chris Sanders
The illusionist, regia di Sylvain Chomet

Miglior film straniero
In un mondo migliore, regia di Susanne Bier (Danimarca)

Dogtooth, regia di Giorgos Lanthimos (Grecia)
Hors-la-loi, regia di Rachid Bouchareb (Algeria)
La donna che canta, regia di Denis Villeneuve(Canada)
Biutiful, regia di Alejandro González Iñárritu (Messico)

Miglior documentario
Inside job, regia di Charles Ferguson

Exit through the gift shop, regia di Banksy
GasLand, regia di Josh Fox
Restrepo, regia di Tim Hetherington, Sebastian Junger
Waste land, regia di Lucy Walker

Miglior cortometraggio
God of love, regia di Luke Matheny

The confession, regia di Tanel Toom
The crush, regia di Michael Creagh
Na Wewe, regia di Ivan Goldschmidt
Wish 143, regia di Ian Barnes e Samantha Waite

Miglior cortometraggio documentario
Strangers no more, regia di Karen Goodman, Kirk Simon

Killing in the name, regia di Jed Rothstein
Poster girl, regia di Sara Nesson
Sun come up, regia di Jennifer Redfearn
The warriors of Qiugang, regia di Ruby Yang

Miglior cortometraggio d’animazione
The lost thing, regia di Andrew Ruhemann e Shaun Tan

Quando il giorno incontra la notte, regia di Teddy Newton
The Gruffalo, regia di Max Lang e Jakob Schuh
Let’s pollute, regia di Geefwee Boedoe
Madagascar, carnet de voyage, regia di Bastien Dubois

Miglior scenografia
Robert Stromberg e Karen O’Hara - Alice in Wonderland

Stuart Craig e Stephenie McMillan - Harry Potter e i doni della morte: Parte I
Guy Hendrix Dyas, Larry Dias e Douglas A. Mowat - Inception
Eve Stewart e Judy Farr - Il discorso del re
Jess Gonchor e Nancy Haigh - Il Grinta

Miglior fotografia
Wally Pfister - Inception

Matthew Libatique - Il cigno nero
Danny Cohen - Il discorso del re
Jeff Cronenweth - The social network
Roger Deakins - Il Grinta

Migliori costumi
Colleen Atwood - Alice in Wonderland

Antonella Cannarozzi - Io sono l’Amore
Jenny Beavan - Il discorso del re
Sandy Powell - The tempest
Mary Zophres - Il Grinta

Miglior montaggio
Kirk Baxter e Angus Wall - The social network

Andrew Weisblum - Il cigno nero
Pamela Martin - The fighter
Tariq Anwar - Il discorso del re
Jon Harris - 127 ore

Miglior trucco
Rick Baker e Dave Elsey - The wolfman

Adrien Morot - La versione di Barney
Edouard F. Henriques, Greg Funk e Yolanda Toussieng - The Way Back

Migliori musiche originali
Trent Reznor and Atticus Ross - The social network

John Powell - Dragon trainer
Hans Zimmer - Inception
Alexandre Desplat - Il discorso del re
A.R. Rahman - 127 ore

Miglior canzone originale
“We belong together”, scritta ed cantata da Randy Newman - Toy Story 3 - La grande fuga

“If I Rise”, di Allah Rakha Rahman (musiche), Rollo Armstrong e Dido (testi), eseguita da Rollo Armstrong e Dido - 127 ore
“Coming home”, di Bob DiPiero, Tom Douglas, Hillary Lindsey e Troy Verges, eseguita da Leighton Meester - Country strong
“I see the light”, di Alan Menken (musiche) e Glenn Slater (testi), eseguita da Mandy Moore e Zachary Levi - Rapunzel - L'intreccio della torre

Migliori effetti speciali
Paul Franklin, Chris Corbould, Andrew Lockley and Peter Bebb - Inception

Ken Ralston, David Schaub, Carey Villegas e Sean Phillips - Alice in Wonderland
Tim Burke, John Richardson, Christian Manz e Nicolas Aithadi - Harry Potter e i doni della morte: Parte I
Michael Owens, Bryan Grill, Stephan Trojansky e Joe Farrell - Hereafter
Janek Sirrs, Ben Snow, Ged Wright e Daniel Sudick - Iron Man 2

Miglior effetti sonori
Richard King - Inception

Tom Myers e Michael Silvers - Toy Story 3 - La grande fuga
Gwendolyn Yates Whittle e Addison Teague - Tron: Legacy
Skip Lievsay e Craig Berkey - Il Grinta
Mark P. Stoeckinger - Unstoppable - Fuori controllo

Miglior sonoro
Inception - Lora Hirschberg, Gary A. Rizzo e Ed Novick

Paul Hamblin, Martin Jensen e John Midgley - Il discorso del re
Ren Klyce, David Parker, Michael Semanick e Mark Weingarten - The social network
Skip Lievsay, Craig Berkey, Greg Orloff e Peter F. Kurland - Il Grinta
Jeffrey J. Haboush, William Sarokin, Scott Millan e Greg P. Russell - Salt

Oscar alla carriera a

Kevin Brownlow, Jean-Luc Godard e Eli Wallach
 

Premio alla memoria Irving G. Thalberg
a Francis Ford Coppola


IL DISCORSO DEL RE

Il discorso del reTitolo originale: King’s speech
Nazione: Australia, Gran Bretagna, USA
Anno: 2010
Genere: drammatico, storico
Durata: 1h58m
Regia: Tom Hooper
Sceneggiatura: David Seidler
Fotografia: Danny Cohen
Musiche: Alexandre Desplat
Cast: Colin Firth, Helena Bonham Carter, Geoffrey Rush, Michael Gambon, Guy Pearce, Derek Jacobi, Robert Portal, Richard Dixon, Paul Trussell, Adrian Scarborough, Andrew Havill, Eve Best, Charles Armstrong, Roger Hammond, Calum Gittins, Jennifer Ehle, Dominic Applewhite, Ben Wimsett


Trama
Dopo la morte di suo padre Re Giorgio V e la scandalosa abdicazione di Re Eduardo VIII, Albert, Duca di York, viene inaspettatamente incoronato Re Giorgio VI d’Inghilterra. Albert ha un problema imbarazzante per il suo ruolo di re, una balbuzie che gli provoca non pochi problemi durante i suoi discorsi pubblici. Con il paese sull’orlo della guerra c’è bisogno di un leader che unisca e sorregga il popolo inglese. Elizabeth, sua moglie, decide di sottoporlo alle cure dell’eccentrico logopedista Lionel Logue. Dopo un inizio burrascoso, i due si mettono al lavoro volto a risolvere i problemi di Albert, finendo col creare un legame indivisibile.

Recensione
“Il discorso del re” è la quintessenza del cinema, impeccabile nella forma e raffinato nello stile. Il regista britannico Tom Hooper realizza un film sul potere della parola. Siamo, infatti, negli anni in cui inizia a diffondersi la più grande scoperta di Guglielmo Marconi, la radio, “diabolico congegno” che cambierà le abitudini delle persone, anche dei politici e dei regnanti. Come lo stesso re Re Giorgio V (un magniloquente e “regale” Michael Gambon) afferma: “In passato ad un re bastava apparire rispettabile in uniforme e non cadere da cavallo, ora dobbiamo invadere le abitazioni del popolo per ingraziarcelo”. La sintesi del potere mediatico della radio ed, oggi, della televisione.
La sceneggiatura de “Il discorso del re”, scritta da David Seidler, segue Albert Frederick Arthur George Windsor nella sua ascesa da Duca di York a re Giorgio VI. Albert è un uomo schivo, marito devoto a Elizabeth e padre innamorato delle sue due figlie. Ma è affetto da una grave balbuzie, cosa che porta un comprensibile disagio, adesso che i sovrani devono comunicare con i propri sudditi attraverso la radio.
“Il discorso del re” non si ferma superficialmente al dramma della balbuzie, ma descrive un uomo che si sente inadatto ad un ruolo troppo importante, un uomo forse troppo esigente nei propri confronti. Quando è costretto a mostrare le sue capacità, scocca l’ora in cui deve dimostrare al mondo di essere dotato di una personalità immensa, nascosta dalla propria inadeguatezza linguistica.
L’incontro tra Albert e Lionel Logue vede due uomini frustrati, uno che riesce a malapena a mormorare una frase e l’altro attore fallito che lavora come logopedista per pagare le bollette. Pian piano, però, si diventa un rapporto simbiotico, un’amicizia vera tra due uomini che finalmente trovano uno scopo da perseguire. Ritroviamo, tuttavia, il classico conflitto tra classi perché, in fondo, Lionel, che seguendo le sue direttive chiede al re la massima confidenza, è il figlio di un birraio. I due si rendono conto di dover superare questo conflitto deve perché dall’altra parte della Manica, sul continente, sta diffondendosi il potere di Adolf Hitler. Il problema non è, dunque, soltanto personale, ma assume connotati fortemente politici. C’è bisogno di un re che compatti con i suoi discorsi il popolo, che lo rasssicuri attraverso le sue parole. Albert ne è consapevole tanto che ascoltando un discorso di Hitler in tedesco, una delle figliolette gli chiede cosa stia dicendo, l’ormai re risponde: “Non lo so, ma sembra che lo dica piuttosto bene”.
“Il discorso del re” mostra cast di alto livello in gran forma. Performance assolutamente eccellenti, in particolar modo quella di Colin Firth che offre un ritratto magnificamente umano di Albert. Si coglie quel senso di impotenza in ogni balbettio e ogni singola parola borbottata in malo modo. Un uomo in lotta per uscire da quel deficit che, per anni, è stato un impedimento ma anche una difesa dalle responsabilità. Geoffrey Rush ed Helena Bonham Carter, sono lodevoli nelle loro interpretazioni a supporto di Firth. Diventano la moglie e l’amico di cui aveva bisogno per superare i suoi problemi. Perché dietro un grande uomo, oltre ad esserci una grande donna, può esserci un grande amico.
“Il discorso del re” è un film a regola d’arte sia nello script che nella sua messa in scena, una produzione perfetta nei cui confronti è impossibile muovere critiche: dialoghi elaborati e taglienti (non privo di scurrilità, perché prescritte dal “metodo Logue”), eleganti scenografie victorian style, attori immensi che sembrano appena usciti da una piéce teatrale, una fotografia studiata nei minimi dettagli: eccellenti le riprese zenitali che danno l’idea dell’immensità e della maestosità del luogo in cui Albert sarebbe diventato Re Giorgio VI il 12 maggio 1937.

Voto: 89%


domenica 27 febbraio 2011

OSCAR 2011 LIVE IN STREAMING

La Notte degli Oscar 2011 live gratis in streaming? Chi non potrà vederla su SKY (inizio 23.55 su SKY Cinema 1 e SKY Cinema 1 HD) possono seguire in streaming l’83a edizione degli Oscar su CINEMAeVIAGGI. La notte degli Oscar, i più importanti premi cinematografici mondiali, si svolge la sera del 27 febbraio. In Italia, però, per il fuso orario, la Notte degli Oscar 2011 inizierà alle ore 2.00 del 28 febbraio.
Quest'anno la trasmissione televisiva prende una svolta radicale rispetto agli anni passati. I produttori dello show hanno abbandonato il concetto di un set tradizionale. Invece, lo show si baserà su una serie di “proiezioni” per dare alla serata un look in continua evoluzione.
La Notte degli Oscar 2011, in diretta dal Kodak Theatre di Los Angeles, durerà tutta la notte che proseguirà, oltre alla consegna dei premi, tra commenti ed interviste, chiaramente in inglese. Dunque, clicca su play e guarda gratis in streaming la Notte degli Oscar 2011 (inizio alle ore 22:55):


127 ORE

Titolo originale: 127 hours
Nazione: Gran Bretagna, USA
Anno: 2010
Genere: avventura, drammatico
Durata: 1h34m
Regia: Danny Boyle
Sceneggiatura: Simon Beaufoy, Danny Boyle
Fotografia: Enrique Chediak, Anthony Dod Mantle
Musiche: A.R. Rahman
Cast: James Franco, Kate Mara, Amber Tamblyn, Sean Bott, Koleman Stinger, Treat Williams, John Lawrence, Kate Burton, Bailee Michelle Johnson, Rebecca Olson, Parker Hadley, Clemence Poesy, Fenton Quinn, Lizzy Caplan, Peter Joshua Hull


Trama
Aron Ralston è un ragazzo appassionato di biking e trekking. Adora le sfide, meglio se difficili e pericolose. Ama farlo in solitaria, per staccare la spina dal caos cittadino e sentirsi un tutt’uno con la natura e se stesso. Un banale incidente si trasforma in tragedia: un masso gli cade sul braccio incastrandolo così in una crepa del canyon dello Utah. Per cinque interminabili giorni Aron dovrà riuscire a liberarsi dal masso facendo affidamento alla suo coraggio ed alla sua voglia di sopravvivere.

Recensione
“127 ore” è la vera storia di Aron Ralston, un appassionato di biking e trekking che adora le sfide, meglio se difficili e pericolose. Ama farlo in solitaria, per staccare la spina dal caos cittadino e sentirsi un tutt’uno con la natura e se stesso. Una personalità avventurosa, allegro, un po’ sbruffone: ride di se stesso dopo una brutta caduta dalla bicicletta oppure prende in giro due ragazze che si sono perse nel canyon. All’inizio, il ritmo del film, è indemoniato: tra split screen e fast forward Danny Boyle descrive la frenesia ed il senso di onnipotenza del personaggio.
Diretto da Danny Boyle e scritto assieme a Simon Beaufoy, già suo partner in “The Millionaire”, “127 ore” è adattato dalla biografica dello stesso Ralston. Il film offre la vista di paesaggi mozzafiato che generano un forte desiderio di evasione. La fotografia che ne consegue, opera di Anthony Dod Mantle ed Enrique Chediak, è meravigliosa: i contrasti accesi tra il giallo lucente del canyon e l’azzurro del cielo terso, e i giochi di ombre nella gola aggiungono valore al film.
Quando, improvviso e repentino, avviene l’incidente, tutto si ferma. Aron è bloccato così come la mdp che non può far altro che inquadrarlo con ossessiva costanza. Come si può immaginare, “127 ore” è una storia di sopravvivenza e altamente drammatica, ma in più fornisce anche un notevole ostacolo per qualsiasi regista: l’azione resta confinata in uno spazio unico e angusto. Non siamo ai livelli di “Buried - Sepolto” di Rodrigo Cortés, ma poco ci manca. Il senso di stasi e di claustrofobia mette a repentaglio la pazienza dello spettatore più disinibito. La soluzione escogitata da regista Boyle per aggirare questo problema è una strategia visiva tumultuosa, fatta di flashback, conversazioni con la sua telecamera e pensieri onirici. Aron si rende conto di non aver detto a nessuno dove andava, è affranto per non aver risposto ai messaggi della madre. Riflette su come il suo desiderio di evasione, di stare al contatto con la natura possa essere anche un po’ egoistico. In una delle sequenze più toccanti, Aron arriva ad immaginare che la roccia era lì ad attenderlo dalla sua nascita. Si rammarica del fatto che adesso ha come unico interlocutore una telecamera alla quale lascia una sorta di testamento comunicando ai suoi familiari, amici, colleghi e persone care tutto ciò che non ha mai avuto il tempo e il modo di dire.
Ciò che rende affascinante “127 ore” è la caratterizzazione di Ralston soltanto per l’intensità e l’emotività trasmesse da James Franco, ma anche per il già citato montaggio serrato di Jon Harris e la colonna sonora di A.R. Rahman, anche lui in “The millionaire”. Franco, che si addossa l’intero peso del film, mostra tutto il carisma e l’espressività di Aron. Dipingendo l’amore della vita all’aria aperta ed lo spirito d’avventura del protagonista, l’attore rievoca tutte le sue emozioni nel fare conoscere ragazze, nel tuffarsi e nuotare in un lago sotterraneo oppure nel passare semplicemente la mano delicatamente sopra le rocce del canyon. Allo stesso tempo, la sua sfrontatezza di ragazzo alla conquista del mondo cede il passo alla preoccupazione quando comprende la gravità della situazione in cui si trova, cercando un sistema per liberarsi dalla roccia mentre con freddezza valuta il tempo rimanente prima che l’acqua finisca (geniale come venga ripreso dal fondo della borraccia). Franco mostra tutto il suo talento ritraendo il progressivo indebolimento di Aron, aiutato dall’eccellente lavoro del trucco (pallido, labbra secche e screpolate, profondi e scuri cerchi attorno agli occhi. E’ incoraggiante rendersi conto che, anche trovandosi in punto di morte, Aron non sembra mai rinunciare completamente alla volontà di sopravvivere. E’ anche importante notare come lo script investe molto in diverse sequenze che mostrano i ricordi e i deliri del protagonista.
Danny Boyle è sempre un regista eccezionale. Nonostante il suo impianto visivo limitato, “127 ore” è una meraviglia visiva. Dalle pianure assolate dello Utah all’ombra più cupa della crepa in cui è intrappolato Aron, il film ti dà sempre qualcosa di straordinariamente divertente o drammatico da guardare. James Franco esprime una vasta gamma di emozioni assicurando empatia in ogni momento di questa assurda storia.
“127 ore” è una profonda riflessione sull’importanza delle piccole cose che spesso ci sembrano superflue. Il ritratto di un ragazzo come tanti spesso superficiale nei rapporti con gli altri. Un ragazzo troppo innamorato della vita per lasciarsi andare senza lottare.

Voto: 84%


sabato 26 febbraio 2011

EASY GIRL

Easy Girl
Titolo originale: Easy A
Nazione: USA
Anno: 2010
Genere: commedia
Durata: 1h32m
Regia: Will Gluck
Sceneggiatura: Bert V. Royal
Fotografia: Michael Grady
Musiche: Brad Segal
Cast: Emma Stone, Penn Badgley, Amanda Bynes, Dan Byrd, Thomas Haden Church, Stanley Tucci, Patricia Clarkson, Cam Gigandet, Lisa Kudrow, Malcolm McDowell, Alyson Michalka, Fred Armisen, Juliette Goglia, Jake Sandvig


Trama
Olive, una ragazza poco “in” di un liceo della California, pur di non andare in campeggio nel week-end con la sua migliore amica Rhiannon si inventa un appuntamento con un ragazzo più grande. Al ritorno dal week-end Olive persevera nella sua bugia ma, costretta dall’amica, ammette anche di aver perso la verginità durante quell’appuntamento inventato. Purtroppo questa confessione viene ascoltata anche dalla bigotta e pettegola Marianne, leader di un gruppo religioso scolastico. In un attimo, la storia fa il giro della scuola e così Olive diventa famosa, ma per essere una “easy girl”, una ragazza facile.

Recensione
“Easy girl” è una commedia adolescenziale davvero geniale. Lo sceneggiatore Bert V. Royal mette in evidenza due mode oggi molto diffuse tra i giovani: la passione per il pettegolezzo e la necessità di documentare ogni proprio pensiero e fatto della propria vita su Facebook. SMS e Facebook, dunque, due tecnologie origine di un’ondata di comportamenti conformisti ed invadenti. La necessità di farsi gli affari degli altri: arriva via SMS (e non sono rari i casi di video sexy girati e inoltrati di cellulare in cellulare nelle scuole) oppure lo si legge seduti di fronte al PC. Questi concetti interessanti trovano una perfetta messa in scena grazie alla regia Will Gluck che si fa ammirare, in particolare, per i fast forward che descrivono in modo perfetto la velocità con la quale le voci si spargono all’interno della scuola. “Easy girl” deve molto alle commedie di John Hughes e Gluck gli rende onore: spezzoni di film sono presi per raccontare i suoi pensieri malinconici di Olive sui veri uomini degli anni ‘80. Un altro film protagonista è “La lettera scarlatta”. Disprezzando l’ultima versione cinematografica del romanzo di Nathaniel Hawthorne diretta da Roland Joffré per il pessimo accento britannico di Demi Moore Olive predilige quella di Victor Sjöström (1926) e vede in un cinema di terz’ordine nella versione in tedesco del 1973 diretta da Wim Wenders. Ne nasce così una versione adolescenziale con la ragazza che, in un’ironica presa in giro, si cuce la lettera “A” che la protagonista era costretta a portare per ammettere il suo adulterio. Al proposito, appare sconcertante la scelta di tradurre (o meglio modificare, perché rimane in inglese!) il titolo originale “Easy A” che fa esplicito riferimento a quella lettera.
I dialoghi sono pungenti ed esilaranti, in particolare, le conversazioni di Olive con i suoi genitori, interpretati da due simpaticissimi Stanley Tucci e Patricia Clarkson, ed il fratellino di colore. Battute graffianti che non si curano minimamente del “politicamente corretto”. Imbarazzante, però, il doppiaggio italiano che riduce i personaggi magnificamente descritti e diretti da Gluck a banali macchiette tipiche delle stupide commedie adolescenziali. Si perde molto dell’ironia e della sagace indifferenza ai pettegolezzi offerta dalla sorprendente Emma Stone, forse troppo carina per apparire come una ragazza anonima che nessuno, a scuola, riesce a notare. In ogni caso, la Stone ha le carte in regola per diventare una grande star. Malcolm McDowell, Thomas Haden Church e Lisa Kudrow hanno ruoli marginali ma divertenti.
“Easy girl” è una commedia adolescenziale divertente, ben diretta e ben interpretata. Può essere sintetizzata con due famosi motti: “bene o male, purché se ne parli” e “le bugie hanno le gambe corte”. Buoni momenti di intelligente umorismo penalizzati da uno sgradevole doppiaggio italiano. Si consideri, infatti, un 5% in più per la versione inglese del film.

Voto: 78%


giovedì 24 febbraio 2011

PROGRAMMAZIONE CINEMA: FILM DAL 25 FEBBRAIO 2010

127 ORE
Genere: avventura, drammatico
Durata: 1h34m
Regia: Danny Boyle
Cast: James Franco, Kate Mara, Amber Tamblyn, Sean Bott, Koleman Stinger, Treat Williams, John Lawrence, Bailee Michelle Johnson, Rebecca Olson
Trama: Aron Ralston è un ragazzo appassionato di biking e trekking. Un week-end, come è solito fare, si reca nel canyon dello Utah per stare da solo a contatto con la natura. Un banale incidente si trasforma, però, in tragedia: un masso gli cade sul braccio bloccando in una crepa del canyon dello Utah. Per cinque interminabili giorni Aron dovrà riuscire a liberarsi dal masso facendo affidamento alla suo coraggio ed alla sua voglia di sopravvivere.

LADRI DI CADAVERI - BURKE & HARE
Genere: commedia, thriller
Durata: 1h31m
Regia: John Landis
Cast: Simon Pegg, Andy Serkis, Isla Fisher, Tom Wilkinson, Jessica Hynes, Tim Curry, Hugh Bonneville, David Schofield, Georgia King
Trama: Burke e Hare sono due famosi serial killer vissuti a Edinburgo durante la prima metà dell’800. I due avevano una fiorente e singolare atticità: rifornivano con grandi profitti la ricerca medica per le lezioni di anatomia.

MANUALE D’AMORE 3
Genere: commedia
Durata: 2h05m
Regia: Giovanni Veronesi
Cast: Robert De Niro, Monica Bellucci, Carlo Verdone, Riccardo Scamarcio, Michele Placido, Laura Chiatti, Donatella Finocchiaro
Trama: “Giovinezza” - Roberto, giovane e ambizioso avvocato, prossimo alle nozze con Sara, incontra Micol, bellissima, provocante e misteriosa. “Maturità” - Fabio, affermato anchorman televisivo e marito fedelissimo viene travolto dall’intrigante Eliana in una tragicomica avventura. “Oltre” - Un professore americano di Storia dell’arte che da qualche anno incontra per caso la figlia del portiere dello stabile dove vive. La sua tranquilla esistenza sarà sconvolta da nuove emozioni.

SHELTER - IDENTITA’ PARANORMALI
Genere: horror
Durata: 1h52m
Regia: Mans Marlind, Bjorn Stein
Cast: Julianne Moore, Jonathan Rhys Meyers, Frances Conroy, Jeffrey DeMunn, Brooklynn Proulx, Nathan Corddry, KatiAna Davis, Michael Graves
Trama: Cara è una psichiatra forense che scopre che un suo paziente, David Bernburg, è affetto da problemi di personalità multipla. Il fatto inquietante è che le personalità dell’uomo sembrano essere state vittime di efferati omicidi.

UNKNOWN - SENZA IDENTITA’
Genere: azione, thriller
Durata: 1h53m
Regia: Jaume Collet-Serra
Cast: Liam Neeson, Diane Kruger, January Jones, Frank Langella, Aidan Quinn, Bruno Ganz, Sebastian Koch, Olivier Schneider, Clint Dyer, Karl Markovics
Trama: Il dottor Martin Harris si risveglia dopo un incidente d’auto a Berlino per scoprire che la moglie non lo riconosce e un altro uomo ha assunto la sua identità. Harris non viene creduto neanche dalle autorità e, nel frattempo, è braccato da misteriosi killer. Solo, in un paese straniero, è costretto a chiedere aiuto ad una donna tutt’altro che affidabile finendo per vivere un’avventura pericolosa.


ALTA TENSIONE

Alta tensione
Titolo originale: Haute tension
Nazione: Francia
Anno: 2003
Genere: horror
Durata: 1h31m
Regia: Alexandre Aja
Sceneggiatura: Alexandre Aja, Gregory Levasseur
Fotografia: Maxime Alexandre
Musiche: François Eudes
Cast: Cecile De France, Maiwenn Le Besco, Philippe Nahon, Franck Khalfoun, Andrei Finti, Oana Pellea, Marco Claudiu Pascu, Jean-Claude de Goros, Bogdan Uritescu, Gabriel Spahiu


Trama
Marie ed Alexia si recano nella casa di campagna dei genitori di Alexia per studiare in tranquillità. Lì le aspetta la famiglia di Alexia. Il tempo di cenare e tutti vanno a dormire ma, poco dopo, qualcuno suona il campanello del casale. Il padre di Alexia va a controllare, ma viene selvaggiamente decapitato da un uomo vestito in modo sudicio. E’ l’inizio di una notte da incubo.

Recensione
“Alta tensione” è un slasher horror diretto e co-sceneggiato da Alexandre Aja, validissimo regista francese che non ha alcun timore di mostrare apertamente riferimenti a classici degli anni ’70 come “Non aprite quella porta” di Tobe Hopper. Aja non perde tempo per giungere all’inizio della mattanza. Marie e Alexia arrivano al casolare isolato dei genitori di Alexia per studiare senza essere disturbate. Vengono accolte dalla famiglia e vanno subito a letto. Marie ha appena il tempo di sistemarsi nella sua camera, trastullarsi in un autoerotico piacere e si scatena l’inferno: un estraneo entra in casa, uccidendo senza pietà chiunque incontra sul suo cammino. Aja mette in scena il sanguinario massacro con audacia formale ed un appetito per la violenza più efferata. La sua è una regia classica ma interessante. Alle fontane di sangue che mostra senza scrupoli (splendido il make up truculento dell’italiano Giannetto De Rossi), si aggiunge il notevole lavoro sul sonoro di François Eudes che mescola minimali suoni elettronici ai pesanti passi del killer ed al suo animalesco respiro. I dialoghi sono ridottissimi, ma ci sono poche parole da pronunciare di fronte ad un massacro così improvviso e disumano.
“Alta tensione” rappresenta un “one girl show” che vede protagonista Cecile de France. La sua performance è stupefacente: la paura sul suo volto, la tensione che pervade ogni suo muscolo, il respiro ansimante, trasmettono tutto la disperazione ed il terrore per una violenza che non riesce a trovare spiegazione. Purtroppo una spiegazione c’è ed il finale di “Alta tensione” offre quanto ti peggio non era possibile: una colpo di scena che rovina tutto il buon lavoro fatto. Lo spettatore si rende conto di come Aja lo abbia preso in giro per tutto il film. Plausibile dal punto di vista psicologico, anzi il film assume toni più profondi ed articolati ma tutta la messa in scena diventa ridicola ed improponibile.
“Alta tensione” è un buon prodotto horror se ci si limita a considerare i comuni elementi del genere: suspense e sangue in quantità. Ma il suo finale ridicolo che mette in discussione quanto fin lì visto lo rovina in toto.

Voto: 55%


martedì 22 febbraio 2011

NEMICHE AMICHE

Nemiche Amiche
Titolo originale: Stepmom
Nazione: USA
Anno: 1998
Genere: commedia, drammatico
Durata: 2h04m
Regia: Chris Columbus
Sceneggiatura: Ronald Bass, Karen Leigh Hopkins, Gigi Levangie, Jessie Nelson, Steven Rogers
Fotografia: Donald McAlpine
Musiche: John Williams
Cast: Julia Roberts, Susan Sarandon, Ed Harris, Jena Malone, Liam Aiken, Lynn Whitfield, Darrell Larson, Mary Louise Wilson, Andre Blake, Herbert Russell, Jack Eagle


Trama
Isabel è una fotografa di moda che dedica molto tempo al suo lavoro, ma deve occuparsi dei figli del suo nuovo compagno Luke: Anna, 12 anni, e Ben, 7. Isabel non è vista di buon occhio dai due ragazzini. Inoltre, deve convivere con l’ingombrante presenza di Jackie, la loro madre naturale. La donna nutre ovviamente del rancore nei confronti di Isabel che le ha portato via il marito e, soprattutto, i figli. Ma un giorno Jackie riceve una tragica diagnosi: cancro. Le due, dopo vicendevoli critiche e furiosi litigi, dovranno trovare un equilibrio e a diventare finalmente amiche, oltrepassando incomprensioni e ripicche, per il bene dei bambini che di lì a poco avranno inevitabilmente una unica madre.

Recensione
“Nemiche amiche” è un chiaro esempio di come la presenza di attori di buon livello possa elevare la qualità di un film, altrimenti mediocre. Il regista Chris Columbus, fin qui alle prese con commedie finalizzate al puro divertimento, racconta una storia che, oltre a divertire, strappa qualche lacrima. Senza mai scadere nel triviale, Columbus descrive tutte le complicazioni e le polemiche della “famiglia allargata”. Una ex-moglie di una certa età e una nuova giovane convivente, promessa sposa, ruotano attorno alla figura di un marito che cerca di non parteggiare per nessuna delle due. In una buona parte iniziale, “Nemiche amiche” offre una serie di episodi divertenti che vedono i figli sballottati avanti e indietro come palline di ping pong tra una madre che li ama ed un matrigna troppo giovane per seguire la giusta strada per responsabilizzarli. Nessuno è felice, ma tutti riescono a trovare una battuta per risollevare l’atmosfera.
“Nemiche amiche” ha, dunque, a suo favore un cast di primo livello che fornisce prove valide con una buona carica emotiva. Susan Sarandon è, come sempre, un mostro di bravura. E’ Jackie, una madre premurosa verso i figli ma anche una donna abbastanza astiosa nei confronti della nuova compagna dell’ex-marito. A tratti, davvero non si comprende se il suo comportamento è dettato dall’ansia o dalla naturale cattiveria nei confronti di una giovane donna che le ha portato via il marito. La sua interpretazione di madre non raggiunge livelli di intensità mostrati nel film “L’olio di Lorenzo”, ma è del tutto verosimile ed indubbiamente efficace. Julia Roberts è Isabel, un po’ forzata come professionista fotografa, riesce a liberarsi di quel suo manierismo fatto di sorrisini e carinerie. L’aspetto gioca al suo favore: è perfetta come giovane donna e credibile nell’affetto per un uomo maturo, uscito da un matrimonio con figli. La sua performance è autentica e sentita. Ed Harris, sempre all'altezza, dovrebbe lamentarsi per non aver avuto il giusto spazio nella storia relegato a spettatore, a volte passivo, dei contrasti tra le due donne. Dei due giovanissimi attori che interpretano i figli supera la prova soltanto Liam Aiken. Jena Malone offre, infatti, una prova complessivamente scialba.
“Nemiche amiche” è un film costruito in modo lineare, beneficia delle ottime interpretazioni delle due protagoniste. Columbus regala una commedia divertente, ma che riesca anche ad essere commovente. Qualcuno potrebbe criticare l’idea di un divorzio così perfetto e senza alcuna dolente coda. E’ comunque una quadro plausibile. Chi non volesse crederci, può vedersi “Kramer contro Kramer” o “La guerra dei Roses”!

Voto: 76%


LETSBONUS, DA OGGI VIAGGI E VACANZE

LetsBonus come funziona
LetsBonus è un servizio nato in Spagna che si occupa di social commerce (shopping collettivo). Da qualche mese, il servizio è attivo in Italia a Milano, Roma ed altre città italiane. Il social commerce offre agli utenti la possibilità di usufruire di offerte a prezzi imperdibili con sconti fino al 70%. Come funziona LetsBonus? Gli sconti sono possibili perché le vendite, proposte per un periodo limitato di tempo (di solito, 24/72 ore) avviengono soltanto se viene raggiunto un numero minimo di acquirenti, cosa che accade sempre con LetsBonus. Una volta acquistato il servizio (cene, lanci dal paracadute, biglietti per il teatro o il cinema, relax e benessere) è possibile utilizzare il ticket entro sei mesi.
Durante il BIT 2011, LetsBonus ha presentato una novità nella sua offerta che, da oggi, comprende anche la sezione viaggi e vacanze. Si tratta di weekend a tema, ma anche pacchetti viaggio di medio-lungo raggio. Per soddisfare le esigenze del proprio core target l’azienda fa leva su differenti asset quali il turismo culturale, sportivo, enogastronomico, wellness ed eventi.
Letizia Orsini, Country Manager LetsBonus Italia, dichiara: “Il web 2.0 ha cambiato le dinamiche di interazione e condivisione tra i singoli e, allo stesso tempo, sta delineando nuovi scenari per lo sviluppo di business sempre più legati alla relazione tra gli utenti. LetsBonus rappresenta un modello di successo che rivoluziona le logiche di acquisto. Il mio team ed io stiamo lavorando con passione per posizionare LetsBonus come l’amico affidabile capace di creare occasioni per viziarsi e coccolarsi (a prezzi scontati). Per questo, la nostra offerta non poteva non includere il viaggio”.


lunedì 21 febbraio 2011

HOTEL RWANDA

Hotel Rwanda
Titolo originale: id.
Nazione: Gran Bretagna, Italia, Sudafrica, USA
Anno: 2004
Genere: drammatico, storico
Durata: 2h01m
Regia: Terry George
Sceneggiatura: Terry George, Keir Pearson
Fotografia: Robert Fraisse
Musiche: Andrea Guerra, Rupert Gregson-Williams
Cast: Don Cheadle, Sophie Okonedo, Joaquin Phoenix, Nick Nolte, Desmond Dube, David O’Hara, Cara Seymour, Hakeem Kae-Kazim, Tony Kgoroge, Jean Reno, Rosie Motene, Neil McCarthy, Mabutho “Kid” Sithole, Fana Mokoena, Jeremiah Ndlovu, Leleti Khumalo


Trama
1994, In Ruanda, un piccolo Stato nel cuore dell’Africa, è in corso una feroce guerra civile. Le milizie Hutu stanno massacrando la popolazione di etnia Tutsi. In queste tragiche circostanze, Paul Rusesabagina, il direttore del Milles Collines Hotel, il miglior albergo di Kigali e quartier generale degli occidentali e degli alti gradi ONU, rischia la propria vita per mettere in salvo non solo i suoi familiari, ma anche più di un migliaio di rifugiati, aprendo loro le porte del suo hotel.

Recensione
Avvolto da un forte senso di pericolo e di morte, “Hotel Rwanda” offre una lucida descrizione della disumana guerra civile che, nel 1994, portò al genocidio di quasi un milione di persone con le Nazioni del mondo civilizzato osservatrici passive. La maggior parte di questi morti appartenevano all’etnia tutsi, una minoranza rispetto agli hutu. Una differenza etnica che fu ideata e imposta dai colonizzatori prima tedeschi e, poi, belgi che notarono, dopo uno studio tutt’altro che approfondito, alcune piccole differenze fisiche della popolazione del Rwanda: i tutsi erano molto alti e magri con il naso ed il volto sottile; gli hutu avevano un’altezza media; i twa, la terza etnia poco diffusa nel Paese, di bassa statura.
Sebbene l’odio etnico viene fedelmente documentato, in “Hotel Rwanda” vi è un’attenuazione dell’orrore perpetrato durante quella guerra. Data l’eccessiva ferocia, il regista Terry George sceglie di non mostrare i massacri, puntando sul terrore e la disperazione dipinta sui volti dei sopravvissuti.
Terry George è uno che ben conosce cosa significa una guerra civile. Irlandese, ha vissuto i periodi bui che videro cristiani e protestanti impegnati in una guerra fratricida. Provò il carcere per motivi politici e la sua esperienza gli ha consentito di sceneggiare due splendidi film su quella guerra (“The boxer” e “In nome del padre”).
Il racconto si concentra sulla figura di Paul Rusesabagina, un africano che portò a termine un piano molto simile a quello di Schlinder durante la Seconda Guerra Mondiale. Rusesabagina, direttore di un hotel sotto la protezione delle Nazioni Unite per la presenza di diplomatici e importanti uomini d’affari, un hutu sposato con una donna tutsi, salvo oltre mille tutsi da un sistematico massacro accogliendoli nel proprio albergo dopo che questo fosse stato abbandonato dalle truppe internazionali in virtù di ordini “dall’alto”.
Paul Rusesabagina non viene dipinto come un eroe. E’ un uomo spaventato e disperato, ma anche pieno di risorse ed intelligente. Don Cheadle lo ritrae come un padre di famiglia premuroso, con le stesse priorità che è possibile ritrovare nei padri di ogni altra Nazione del mondo. Trasmette con vigoria ed entusiasmo il senso di dignità umana e di coraggio di un uomo che portò avanti il suo piano senza alcun interesse. Se le qualità mostrate da Don Cheadle gli consegnarono una nomination agli Oscar nel 2005, uguale riconoscimento ebbe Sophie Okonedo nel ruolo di Tatiana, moglie zelante ed afflitta di Paul. Buone anche le performance di Nick Nolte come comandante delle Nazioni Unite deluso e frustrato dagli avvenimenti, e Cara Seymour, nel ruolo di operatrice umanitaria.
“Hotel Rwanda” pone domande, senza però sollevare alcuna accesa polemica, su come sia stato possibile che il mondo politico chiuse gli occhi irresponsabilmente durante un massacro di circa un milione di persone.
“Hotel Rwanda” è un film profondamente emotivo e toccante. Da vedere perché spesso la storia, soprattutto quella recente, viene poco approfondita o del tutto trascurata dai libri di storia.

Voto: 86%



ARCIMBOLDO IN MOSTRA A MILANO

Arcimboldo in mostra a Milano - Palazzo Reale
Dal 10 febbraio al 22 maggio 2011 al Palazzo Reale di Milano si tiene la mostra “Arcimboldo - Artista milanese tra Leonardo e Caravaggio”. Un viaggio nel fantastico mondo surreale del pittore milanese, un’illustre artista il cui genio fu conteso dalle più importanti corti europee del ’500.
Curata da Sylvia Ferino, direttrice del Kunshistorisches Museum di Vienna, l’esposizione vanta la presenza di 336 opere tra disegni, dipinti e preziosi oggetti provenienti dal museo viennese e da oltre settanta musei internazionali.
La mostra “Arcimboldo - Artista milanese tra Leonardo e Caravaggio” è suddivisa in nove sezioni tematiche attraverso le quali si intende guidare il visitatore nell’arte di Giuseppe Arcimboldi, detto Arcimboldo, mostrando tutte le tappe principali della sua carriera artistica.
La prima sezione illustra l’arte della Scuola di Leonardo da Vinci con una serie dei suoi ritratti grotteschi assieme ad opere dei suoi seguaci, tra i quali Cesare da Sesto, Girolamo Della Porta, Bernardino Luini e Francesco Melzi, testimoniano l’influenza del grande maestro nello studio della fisionomia caricaturata e della natura, in particolare, della flora e fauna.
Nella seconda sezione, dedicata alle arti suntuarie, il visitatore viene sommerso da splendidi cammei, medaglie, sculture, preziose armi e armature scudi, raffinati tessuti, codici miniati, opere di artisti e artigiani milanesi.
Dopo le prime due sezioni “propedeutiche”, si entra nel vivo dell’arte di Arcimboldo con le sue opere giovanili e quelle dei suoi più importanti maestri: il “Ritratto di Biagio Arcimboldo” di Bernardino Luini; le vetrate per il Duomo di Milano realizzate su disegni di Arcimboldo e del padre Biagio; i disegni per il Gonfalone di Sant’Ambrogio attribuiti, senza certezza, alla sua mano; l’arazzo con il Transito della Vergine di Giovanni Karcher su cartone di Arcimboldo proveniente dal Duomo di Como.
La sezione successiva è dedicata all’illustrazione naturalistica in Italia e in Lombardia. La scoperta dell’America permise di conoscere nuove specie animali e vegetali. Queste venivano dipinte dal vivo per poi essere riprodotte ed inviate a scienziati e collezionisti. Arcimboldo si dedicò a questa attività: molti suoi disegni furono infatti utilizzati per i volumi pubblicati dal bolognese Ulisse Aldrovandi, il più famoso umanista di scienze naturali.
Seguono le spettacolari Teste Composte di Arcimboldo (Stagioni ed Elementi), dipinte a partire dal 1563. Le intricate composizioni di fiori, frutti e animali nascondono un complesso significato allegorico, legato alle vicende della dinastia asburgica che accolse per lungo tempo Arcimboldo.
La settima sezione è riservata alla pittura ridicola, con le figure grottesche di Francesco Melzi, Giovan Paolo Lomazzo, Camillo Procaccini e i due dipinti di Arcimboldo “Il bibliotecario” ed “Il giurista”.
La sezione seguente racconta il ritorno di Arcimboldo a Milano. Si apre con un “Autoritratto del maestro” (1587) nel quale si ritrae come “testa cartacea”, proponendosi così nei panni di letterato e poeta. Questa sezione riunisce, infatti, libri e raccolte di poesia composti dagli amici poeti e letterati.
La mostra termina con la sezione dedicata alle teste reversibili ed alla natura morta, con alcuni capolavori assoluti di Arcimboldo come “L’ortolano” e “Testa reversibile con canestro di frutta”, da cui Caravaggio avrebbe preso ispirazione per la natura morta più celebre della storia dell’arte: “La canestra di frutta” conservata nella Pinacoteca Ambrosiana.
A dimostrazione di come la figura di Arcimboldo sia d’ispirazione per l’arte moderna, durante l’intero periodo della mostra verrà esposta in piazzetta Reale un’opera realizzata dall’artista americano Philip Haas, un’enorme scultura in vetroresina ispirata all’Inverno di Arcimboldo.
La mostra “Arcimboldo - Artista milanese tra Leonardo e Caravaggio”, posta sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, fortemente voluta dal Sindaco di Milano Letizia Moratti, promossa da Massimiliano Finazzer Flory Assessore alla Cultura del Comune di Milano, è organizzata da Palazzo Reale e Skira editore, in collaborazione con la Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici di Milano, la Soprintendenza Speciale per il Polo Museale della città di Firenze - Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi e il Kunsthistorisches Museum di Vienna, con il sostegno di Cariparma Crédit Agricole e il supporto mediadel Corriere della Sera. La mostra nasce in stretto collegamento con la National Gallery of Art di Washington, dove è attualmente in corso un’esposizione che condivide con quella milanese il nucleo fondamentale delle Teste di Arcimboldo.


Info
Sede: Palazzo Reale - Sala delle Cariatidi - Piazza del Duomo, 12 - Milano
Periodo: 10 febbraio - 22 maggio 2011
Orari: 9.30-19.30 (tutti i giorni), 14.30-19.30 (lunedì), 9.30-22.30 (giovedì)
Ingresso: €9,00 intero - €7,50 ridotto
Tel: 0292800375 (infos e prenotazioni)
Note: la vendita dei biglietti sarà sospesa un’ora prima della chiusura della mostra.


domenica 20 febbraio 2011

IL GRINTA

Il Grinta
Titolo originale: True Grit
Nazione: USA
Anno: 2010
Genere: western
Durata: 1h50m
Regia: Ethan Coen, Joel Coen
Sceneggiatura: Ethan Coen, Joel Coen
Fotografia: Roger Deakins
Musiche: Carter Burwell
Cast: Jeff Bridges, Hailee Steinfeld, Matt Damon, Josh Brolin, Barry Pepper, Dakin Matthews, Jarlath Conroy, Paul Rae, Domhnall Gleeson, Elizabeth Marvel, Roy Lee Jones, Ed Corbin, Leon Russom, Bruce Green, Candyce Hinkle


Trama
Mattie Ross è una ragazzina di 14 anni molto determinata. Quando Frank, suo padre, viene ucciso a sangue freddo da Tom Chaney, la ragazzina assola lo sceriffo Reuben “Rooster” Cogburn, detto “Il Grinta”, per trovare Chaney e consegnarlo alla giustizia affinché venga impiccato. Cogburn è un tipo in gamba, un ottimo pistolero anche se spesso attaccato alla bottina. Nel frattempo, anche un ranger texano di nome La Boeuf è sulle tracce di Chaney perché su di lui c’è un cospicua taglia in seguito all’omicidio di un senatore. Ognuno spinto da i propri interessi, i tre partono alla ricerca del pericoloso criminale.

Recensione
“Il Grinta” dimostra come fratelli Coen siano due registi poliedrici. Questa volta decidono di riportare al cinema il genere western, un po’ trascurato negli ultimi anni. La sfida non è mica semplice: realizzare il remake del film del 1969 che consentì a John Wayne di vincere l’unico Oscar di una gloriosa carriera cinematografica. Difficile fare un confronto con la pellicola di Henry Hathaway: il contesto politico e sociale ed i mezzi tecnici dopo 40 anni sono del tutto diversi. Di ottima qualità la fotografia di Roger Deakins nonostante i colori lividi  dell’ambientazione invernale. Incredibile la qualità delle immagini realizzate durante le scene notturne, illuminate soltanto dal fuoco dei falò. Fantastica, infine, la scena della corsa verso la casa del medico durante la quale trovano libero sfogo artistico sia Deakins, con l’utilizzo di un blu molto scuro ed intenso, quasi irreale che accentua il mistero della notte e il dramma del momento. La colonna sonora di Carter Burwell, malinconica e drammatica, aggiunge autenticità.
“Il Grinta” non regala mostra una regia misurata e priva di estro creativo, ma l’obiettivo prefissato dai due era di mantenersi fedeltà al romanzo di Charles McColl Portis La struttura narrativa de “Il Grinta” è semplice, senza colpi di scena. Non c'è molto dinamismo: poche sparatorie e tante lunghe chiacchierate attorno al fuoco. “Il Grinta” appare un po’ troppo riflessivo, tanto che, ad esempio, durante il procedere a cavallo nei boschi viene spesso in mente “Dead man” di Jim Jarmusch.
Jeff Bridges non prende come modello John Wayne, evitando così ogni possibile paragone. Il suo “Grinta” sembra il “Drugo” Lebowski invecchiato e ingrassato. Un austero uomo di legge, ma soprattutto un goffo e sudicio ubriacone. Davvero sorprendente la prova di Matt Damon nei panni LaBoeuf, il Texas Ranger. Si nota come si diverta in questo ruolo. Rimandato il giudizio su Josh Brolin , il suo contributo si limita ad un paio di scene. La prova migliore è, tuttavia, quella di Hailee Steinfeld. La ragazzina è suo agio di fronte alla mdp. Hailee ruba la scena mostrando tutta la forza di volontà, il carattere testardo di Mattie, un’adolescente molto più matura della sua età: le sue parole sono più taglienti di un Tomahawk!
In sintesi, “Il Grinta” è un film riuscito grazie alla remissività dei fratelli Coen, capaci di lasciare a casa il loro atteggiamento irriverente ed sarcastico. Era impossibile chiedere loro un capolavoro dato che la loro genialità e creatività erano castrate da una sceneggiatura non originale. Un western classico, forse leggermente troppo chiacchierato. Ma vedere un western al cinema, oggi, è una rarità.

Voto: 81%


sabato 19 febbraio 2011

UN GELIDO INVERNO - WINTER'S BONE

Un gelido inverno - Winter’s boneTitolo originale: Winter’s bone
Nazione: USA
Anno: 2010
Genere: drammatico
Durata: 1h40m
Regia: Debra Granik
Sceneggiatura: Debra Granik, Anne Rosellini
Fotografia: Michael McDonough
Musiche: Dickon Hinchliffe
Cast: Jennifer Lawrence, John Hawkes, Dale Dickey, Kevin Breznahan, Garret Dillahunt, Shelley Waggener, Lauren Sweetser, Ashlee Thompson, Casey MacLaren, William White, Valerie Richards, Isaiah Stone, Beth Domann, Tate Taylor, Cody Brown, Cinnamon Schultz, Ronnie Hall, Sheryl Lee, Brandon Gray


Trama
In una sperduta zona montuosa del Missouri, la diciassettenne Ree Dolly è già gravata da pesanti responsabilità: vive in condizioni disagiate occupandosi della fattoria di famiglia, prendendosi cura dei due fratellini e della madre catatonica. Il padre della ragazza, implicato nella produzione e nello spaccio di metanfetamine, ipoteca la fattoria per pagarsi la cauzione, esce di prigione e sparisce nel nulla. Un giorno lo sceriffo arriva a casa sua avvertendola che se il padre non si presenterà al processo, la casa verrà confiscata lasciandoli così in mezzo alla strada. Ree inizia una ricerca disperata e pericolosa tra l’indifferenza e l’ostilità degli abitanti della sua città per salvare se stessa e la sua famiglia.

Recensione
Popolato da un gruppo di persone miserabili in un paesaggio invernale grigio e privo di vita che sembra essere uscito da uno scenario post-apocalittico, “Un gelido inverno - Winter’s bone” si offriva come candidato ideale per diventare un film pieno di stereotipi e di caricature con personaggi considerabili come esseri degni di pietà o biasimo. Invece, la regista Debra Granik crea un racconto denso e articolato che permette ai suoi protagonisti di sfidare qualunque pregiudizio, mostrandosi come persone imperfette ma ognuno con una sua distinta ed interessante individualità.
Basato su un libro di Daniel Woodrell e sceneggiato dalla regista assiemea alla produttrice Anne Rosellini, “Un gelido inverno - Winter’s bone” segue le disavventure della diciassettenne Ree, che vive in una vecchia casa di legno assieme ai suoi fratellini e la madre catatonica. La sua vita è dedicata totalmente alla sua famiglia, perché suo padre che produce e spaccia metanfetamine si trova in carcere. Ree cerca di sfamare i due bambini preoccupandosi che vadano a scuola e facciano i compiti e deve ricorrere all’aiuto ai suoi vicini per salvare il suo cavallo ormai ridotto pelle ed ossa. Inoltre, assistiamo ad una triste ed ironica testimonianza di altre ragazze della sua età che, a scuola, si allenano nei lavori di casa e nel prendersi cura dei figli, riprodotti con delle bambole: lavori che Ree è costretta a fare quotidianamente per la sopravvivenza della sua famiglia. Tuttavia, l’esistenza di Ree, già degna di compassione, diventa tragica quando lo sceriffo della città la informa che suo padre ha ipotecato la casa per la cauzione ed è sparito. Questo implica che se l’uomo non si presenterà al processo, la casa verrà confiscata e la famiglia si ritroverà in mezzo alla strada. Ree inizierà una ricerca non vista di buon occhio dalla comunità. Una comunità dove tutti sembrano avere relazioni di parentela, ma dove il sangue non conta tanto quanto la capacità di rimanere in silenzio per evitare l’intervento della legge. Una comunità dove tutti, al tempo stesso, sono complici e nemici.
Non ci troviamo nella luccicante Los Angeles o nella frenetica New York, siamo in un paesino sperduto del Missouri. Qui non si può parlare di “sogno americano”, qui tutto è un incubo. Una ragazzina disperata  vede come unica speranza quella di arruolarsi non per amore della Patria da difendere con la propria vita, ma per recuperare un po’ di soldi per far campare la famiglia. Al tal proposito, uno dei dialoghi più belli ed interessanti di “Un gelido inverno - Winter’s bone” è il colloquio di Ree con il soldato che accoglie le domande di arruolamento: non c’è finzione, ma un reale sconforto nel rivelare cosa spinge, in realtà, molti ragazzi ad arruolarsi nell’esercito, non solo americano, a rischio della propria vita.
Girato in digitale con una videocamera Red e supportato dalla fotografia di Michael McDonough tanto bella quanto triste per il suo grigiore e desolazione, “Un gelido inverno - Winter’s bone” mostra, senza neanche troppo cinismo, la reale miseria nella quale vivono molte comunità sperdute nell’immensa America, non soltanto per mancanza di risorse finanziarie, ma anche per la sterilità emotiva dei suoi abitanti. Tenendo Ree sempre al centro di ogni scena, la regista Debra Granik mette lo spettatore nella stessa situazione in cui si trova la ragazza, percependo così solo ciò vede e sente, lasciando tutto il resto alla supposizione. Meravigliosa la scenografia di Mark White: la casa di Ree appare come un ambiente triste, misero e claustrofobico nel suo disordine, ma non mancano i disegni dei bambini attaccati sul frigorifero e vecchi giocattoli in giro per il cortile ed il trampolino. Oggetti che fanno comprendere che, pur non essendo il più felice dei posti, quel luogo è fondamentale per sopravvivere in una parvenza di felicità.
Per rimanere il più fedele possibile alle pagine del romanzo di Daniel Woodrell, Debra Granik decide non soltanto di girare “Un gelido inverno - Winter’s bone” negli stessi luoghi, ma di vestire gli attori con gli abiti presi in prestito dagli abitanti. Ciò che rende, però, il film meravigliosamente reale è l’interpretazione del cast, in particolare dei due attori principali, entrambi candidati agli Oscar 2011. Jennifer Lawrence si addossa tutto il peso del film con una sicurezza impressionante ed una preparazione del ruolo studiata nei più piccoli dettagli. Con una spontaneità imbarazzante passa dall’amorevolezza verso i suoi fratelli, alla freddezza durante lo scuoiamento di uno scoiattolo (sembra che lo faccia abitualmente!), alla durezza nell’affrontare lo sceriffo o un funzionario che si trova lì con l’intenzione di portarle via la casa, alla paura e alla sofferenza quando subisce le violenze degli altri membri della comunità. Parimenti ammirevole è l’interpretazione di John Hawkes, per la prima volta in un ruolo importante. Il suo Teardrop, zio di Ree, è un uomo duro e ostile, ma anche protettivo e premuroso. Non è, però, possibile omettere l’interpretazione di Dale Dickey, nel ruolo di Merab, moglie del crudele ed autoritario Thump Milton. Perfetta nell’illustrare l’ambiguità del suo personaggio che nonostante la sua cattiveria dettata forse dalle leggi non scritte della comunità, mostra comunque una singolare compassione nei confronti della triste situazione di Ree.
Discreto il doppiaggio, anche se si perde l’ottimo lavoro del cast che ha riprodotto in modo estremamente fedele il dialetto dei luoghi in cui si svolge la storia.
“Un gelido inverno - Winter’s bone” non è un film per tutti a causa dell’eccessiva durezza di alcune scene: se già può apparire sgradito lo scuoiamento di uno scoiattolo con conseguente estrazione dell’intestino da parte di un bambino, la scena notturna nel lago può essere davvero rivoltante per la sua atrocità. Inoltre, il film è lento, davvero lento sin dai primi fotogrammi ed anche quando la storia entra nella sua soluzione mantiene una costante lentezza che può, alla fine, snervare. Malgrado ciò, “Un gelido inverno - Winter’s bone” è un film di qualità, magistralmente sceneggiato, diretto e fotografato, ancor meglio recitato. Un ritratto reale e suggestivo di un’America tanto diversa da quella, di solito, mostrata dalle produzioni hollywoodiane. Qui le persone sono brutte, cattive e vestite in modo orrendo. Qui le persone sono normali.

Voto: 79%


CONSTANTIN BRANCUSI

Brancusi
Constantin Brancusi è universalmente considerato come il più grande scultore rumeno. Nato a Hobitza il 19 febbraio 1876, Brancusi inizia la sua formazione presso la Scuola d’Arte e Mestieri di Craiova ed, in seguito, presso l’Accademia di Belle Arti di Bucarest. Terminati gli studi, lavora per qualche anno a Vienna e Monaco. Nel 1904 Brancusi si trasferisce a Parigi. L’anno successivo si iscrive all’École des Beaux-Arts dove fa la conoscenza dello scultore Mercié. Nel 1906 espone al Salon de la Société nationale des Beaux Arts e al Salon d’Automne. Conosce Auguste Rodin che lo prende, per un breve periodo, come praticante nel suo atelier.
Tra il 1907 e il 1908 realizza “Il bacio”, una delle sue prime opere più rappresentative. L’attività artistica di Brancusi riguardò soprattutto la scultura rivolta ad una semplificazione delle forme che lo porterà, negli anni successivi, a convogliare i suoi interessi verso i suoi temi preferiti: Teste, Maiastre, Uccelli nello spazio, Pesci. Lavorò con forme solide elementari: l’uovo, la sfera, il cubo, i solidi trapezoidali. Sperimenta l’interazione di queste forme con vari tipi di materiali, grezzi e lucidati: legno, bronzo, pietra, marmo.
La critica ha avuto sempre difficoltà a collocare la figura di Brancusi in un movimento ben determinato. Viene collocato nella cosiddetta “École de Paris”. In realtà, fu sempre indifferente nei confronti dei grandi movimenti d’avanguardia effettuando ricerche artistiche personali.
Intorno al 1908 Brancusi conosce Amedeo Modigliani, Henri Matisse, Henri Rousseau e Fernand Léger. Due anni dopo diventa amico di Duchamp, che si occupa di promuovere le sue opere negli Stati Uniti.
Nel 1912 espone al Salon des artistes Indépendants e vince il Primo premio al Salone di Bucarest. Nel 1913 partecipa all’Armory Show di New York con 5 sculture. Nel 1914 espone alla Galleria 219 di Alfred Stieglitz, sulla Quinta Strada di New York. Tra il 1914 e il 1918 si dedica alla scultura in legno, realizzando opere di ispirazione primitivista. Nel 1918 scolpisce la prima Colonna senza fine, omaggio all’arte popolare rumena e alle figure totemiche primitive.
Sempre più attratto dalle forme pure, studia l’arte egizia, cicladica e messicana.
A partire dagli anni ‘20 Constantin Brancusi stabilisce stretti contatti con Tristan Tzara, Francis Picabia e Jean Arp non aderendo, però, mai al Dadaismo.
Nel 1924 Brancusi viene invitato alla Biennale di Venezia. Nel 1926 si reca negli USA per presenziare ad alcune sue mostre. Nel 1927 espone al Salon des Tuileries a Parigi. Nel 1936 partecipa alla mostra “Cubism and Abstract Art”, organizzata dal Museum of Modern Art di New York.
Dal 1935 Brancusi lavora ai giardini pubblici della cittadina di Tîrgu Jiu, in Romania. Qui esegue tre grandi sculture in memoria dei caduti della prima guerra mondiale: Colonna senza fine, Porta del bacio, Tavola del silenzio, le opere più importante che Brancusi ha lasciato al proprio paese.
Nel 1937 è in India, per discutere con il Maraja di Indore il progetto di un tempio della meditazione. Ma l’opera non verrà mai realizzata.
Nella seconda metà degli anni ‘30 una sua scultura, “Uccello nello spazio”, è al centro di una nota vicenda giudiziaria, il cosiddetto “Caso Brancusi”. La dogana americana non riconosce il manufatto di Brancusi come “opera d’arte”, non applicando così l’esenzione fiscale che la normativa stabilisce per le opere d’arte in importazione. Dopo vari dibattimenti, nel 1938 la scultura può finalmente entrare negli USA senza il pagamento dei dazi.
Durante la seconda guerra mondiale, Brancusi rimane a Parigi, dove vive e lavora nell’isolamento. Nel 1949 termina la sua ultima scultura, “Grand Coq”.
Nel 1952 ottiene la cittadinanza francese e partecipa alla mostra sull’arte del XX secolo, organizzata dal Musée National d’Art Moderne di Parigi. Nel 1955 espone al Guggenheim Museum di New York.
Constantin Brancusi muore a Parigi nel 1957.


venerdì 18 febbraio 2011

PRETTY LITTLE LIARS

Pretty Little Liars
“Pretty Little Liars” segue la vita di quattro ragazze, Spencer (Troian Bellisario), Hanna (Ashley Benson), Aria (Lucy Hale) ed Emily (Shay Mitchell) il cui gruppo si scioglie in seguito alla scoparsa scomparsa della loro leader Alison (Sasha Pieterse). Poco tempo dopo le ragazze cominciano a ricevere strani messaggi da un’anonima “A” che le minaccia di svelare i loro segreti, alcuni dei quali conosciuti soltanto da Alison. Le ragazze allora sospettano che Alison sia ancora viva e si sita prendendo gioco di loro. Ma quando viene ritrovato il corpo senza vita di Alison ed sui loro cellulari continuano ad arrivare quei messaggi inquietanti e misteriosi, le ragazze si rendono conto che non si tratta di uno stupido scherzo.
Ideata da Marlene King sull’omonima serie di romanzi di Sara Shepard, “Pretty Little Liars” è una serie TV che mescola dramma adolescenziali e giallo. Il suo esordio sul network televisivo americano ABC Family. L’8 giugno 2010, è stato visto da quasi due milioni e mezzo di telespettatori, il secondo miglior debutto assoluto della rete dopo “La vita segreta di una teenager americana”.
La prima stagione di “Pretty Little Liars” è suddivisa in 22 episodi della durata di 44 minuti ognuno. La serie fa il suo esordio in Italia il 21 febbraio 2011 sul canale Mya, contenuto nel bouquet a pagamento di Mediaset Premium.

Tutti gli spot di “Pretty Little Liars”


AMORE & ALTRI RIMEDI

Amore e altri rimedi
Titolo originale: Love and other drugs
Nazione: USA
Anno: 2010
Genere: commedia, sentimentale
Durata: 2h02m
Regia: Edward Zwick
Sceneggiatura: Marshall Herskovitz, Charles Randolph, Edward Zwick
Fotografia: Steven Fierberg
Musiche: James Newton Howard
Cast: Jake Gyllenhaal, Anne Hathaway, Oliver Platt, Hank Azaria, Josh Gad, Gabriel Macht, Judy Greer, George Segal, Jill Clayburgh, Kate Jennings Grant, Katheryn Winnick, Kimberly Scott, Peter Friedman, Nikki Deloach, Natalie Gold, Megan Ferguson, Michael Benjamin Washington


Trama
Jamie Randall è un giovane commesso che sfrutta il suo fascino per conquistare le donne e vendere prodotti. Una dote, però, che alla fine gli fa perdere il lavoro. Jamie decide così di buttarsi nel commercio farmaceutico. Dopo il corso di formazione gli viene affidato un paesino dell’Ohio. Qui conosce Maggie, una bella ragazza contraria alle relazioni stabili. I due iniziano a frequentarsi limitandosi a fare sesso, ma il tempo inizia a creare un legame troppo forte che li coglie impreparati.

Recensione
Le storie d’amore descritte nelle commedie romantiche sono spesso simili: un incontro casuale; un’attrazione fisica che li porta subito sotto le coperte; la promessa di non legarsi troppo; un’assidua frequentazione che porta i due, invece, a non riuscire a stare lontano l’uno dall’altra; il problema che li separa; un finale che, quasi sempre, è a lieto fine. Molti vedranno in “Amore & altri rimedi” luoghi comuni e personaggi stereotipati, presi di sana pianta da altri film di genere. Quello che, però, gioca a favore di questa pellicola di Edward Zwick è la coppia di protagonisti, Jake Gyllenhaal e Anne Hathaway. A dispetto di una sceneggiatura che si poggia ai cliché del genere, i due giovani attori mostrano qualcosa che è fondamentale nella credibilità di una coppia di innamorati, la chimica. Gyllenhaal interpreta Jamie, un venditore esperto rappresentante farmaceutico della Pfizer, azienda farmaceutica che nel 1998 lanciò il Viagra. E’ il classico Don Giovanni, le ragazze cascano ai suoi piedi come pere cotte, ma quando becca la prima che lo tiene a distanza se ne innamora. La ragazza in questione è Maggie, 28 anni, uno spirito libero cinico, restio al legami seri a causa di una malattia degenerativa che non le dà molte speranze per il futuro. I due, non appena si conoscono, si ritrovano a fare sesso e così continuano per un po’ di tempo.
A differenza di quanto accade in altre commedie romantiche, “Amore & altri rimedi” non lesina sulle scene di sesso, mostrando molto spesso i due attori nudi come mamma li ha fatti. Così si sviluppa anche la scena più divertente del film (disgraziatamente bruciata dal trailer): Maggie arriva, all’improvviso, a casa di Jamie con un impermeabile sotto il quale è completamente nuda. Non appena se lo toglie, scopre che nella stanza c’è il fratello di Jamie, Josh, interpretato da Josh Gad che qui appare come una pessima controfigura di Jack Black. Discreto il resto del cast. Ognuno si limita ad interpretare l’etichetta del suo personaggio: Oliver Platt è il compare d’affari di Jamie; Hank Azaria è il medico belloccio; Gabriel Macht è l’antagonista figo; Judy Greer è la segretaria scemotta.
“Amore & altri rimedi” è una commedia romantica convenzionale, ma carina e divertente. Edward Zwick tratta gli argomenti più seri (il sistema sanitario americano, la malattia della protagonista) in modo troppo superficiale. Forse, voleva evitare di annoiare lo spettatore medio. In fondo, ci è riuscito!

Voto: 65%


IL CIGNO NERO

Il cigno nero
Titolo originale: Black swan
Nazione: USA
Anno: 2010
Genere: drammatico, thriller
Durata: 1h43m
Regia: Darren Aronofsky
Sceneggiatura: Andres Heinz, Mark Heyman, John J. McLaughlin
Fotografia: Matthew Libatique
Musiche: Clint Mansell
Cast: Natalie Portman, Vincent Cassel, Mila Kunis, Barbara Hershey, Winona Ryder, Benjamin Millepied, Ksenia Solo, Kristina Anapau, Janet Montgomery, Sebastian Stan, Toby Hemingway, Sergio Torrado, Mark Margolis, Tina Sloan


Acquista “Il cigno nero” in offerta su Amazon.

Trama
Nina Sayers è una ballerina del New York City Ballet che sogna di diventare protagonista in un importante spettacolo. La madre, un ex ballerina di scarso successo, è iperprotettiva e la costringe ad allenamenti estenuanti. Quando il direttore Thomas Leroy le affida il ruolo di protagonista ne “Il lago dei cigni”, Nina dovrà sostenere una dura prova che metterà a repentaglio il suo fragile equilibrio emotivo e psicologico.

Recensione
Definire “Il cigno nero” come un film sul balletto sarebbe fuorviante. L’ultima fatica del talentuoso regista Darren Aronofsky rappresenta un incubo che trascina la protagonista in un estenuante e devastante percorso dove realtà e sogno si sciolgono in un’antitetica entità. La storia racconta, in apparenza, la vita che si svolge dietro le quinte di molte compagnie teatrali e di ballo: rivalità, ambizioni, discussioni, invidie e gelosie. Eppure, Aronofsky non è interessato nel seguire queste storie di quotidianità, intende invece scrutare la fragile personalità della protagonista. Conduce lo spettatore in un tortuoso viaggio attraverso visioni che lasciano dubbi sull’effettiva realtà di quanto accade: verità o finzione? Allo scopo, è determinante la presenza degli specchi: se è facile trovarli negli ambienti del ballo, il regista li riproduce ovunque può, come, ad esempio, nel caso di un finestrino della metropolitana nel quale la figura della protagonista ricrea la sua immagine riflessa. Il soggetto del film è, appunto, il doppelgänger, un argomento spesso trattato in letteratura e nel cinema, ma sempre intrigante. Il doppio inteso come “gemello maligno”, la parte oscura, nascosta a noi stessi. Sono proprio le immagini a raccontare la storia, perché i dialoghi vengono, di proposito, regalati in secondo piano. Aronofsky non spiega nulla esplicitamente, non approfondisce molti aspetti (in particolare, il rapporto con la madre e i motivi che spingono la protagonista a grattarsi fino a provocarsi dolorose ferite) lasciando, così, nelle mani dello spettatore, tra dubbi ed incertezze, diverse chiavi di lettura sui comportamenti della protagonista. Aronofsky stupisce ancora una volta: amalgama dramma e  thriller psicologico (con terrificanti momenti horror) creando un’atmosfera ipnotica ed indefinita che calamita lo spettatore.
Nina Sayers è una ragazza ingenua, sessualmente repressa ed intrappolata in un corpo adulto ancora non maturato nelle emozioni. E’ una talentuosa ballerina di New York, dalla tecnica impeccabile. Nina è il perfetto “cigno bianco”, candido e puro. Ma il ruolo di protagonista de “Il lago dei cigni” di Chajkovsky è duplice, impone l’interpretazione del “cigno nero”. Spinta da Thomas Leroy, direttore della compagnia, Nina deve lasciarsi andare, deve aprirsi a quella parte di sé che ha dimenticato durante la sua ostinata ricerca della perfezione tecnica. La sua vita è condizionata da una madre, ex ballerina di scarso successo, apprensiva e soffocante (una Barbara Hershey da brividi!) che la tratta come una bambina. Non a caso, Aronofsky ci mostra la sua stanza dai colori pastello piena di peluche e un carillon, con una ballerina che volteggia su sé stessa, suona una musica dolce che, nel prosieguo della storia, assume toni inquietanti. Nina ha  trascurato i rapporti con l’altro sesso per troppo tempo, perdendo contatto con le emozioni. Sarà la nuova ballerina Lily, interpretata da Mila Kunis, attrice qui irresistibile per l’istintiva sensualità, a farle scoprire il piacere ed il sesso. Sconvolgente, ma non fuori luogo, la scena di sesso lesbico Kunis - Portman, perché descrittiva di un tappa  della metamorfosi in cigno nero della protagonista. Nina Sayers ha, infatti, il corpo di Natalie Portman, alla sua migliore prova. Non solo esplicita senza sbavature le due identità di Nina, ma sfodera fisico e caratura da étoile. Notevole anche Vincent Cassel, attraente ed ambiguo direttore della compagnia. Del cast è anche Winona Ryder che, nonostante il poco spazio a disposizione, fa notare la sua presenza.
La colonna sonora de “Il cigno nero” è di alta qualità, ovvio considerando le meravigliose musiche che fanno da sottofondo all’arte del balletto. L’aspetto tecnico più interessante è il trucco realizzato da Judy Chin. Di grande impatto visivo, con una cura particolare nel contorno occhi. La make up designer ha lavorato sull’evolversi del personaggio passando dai colori leggeri, quasi invisibili, iniziali fino all’argento-nero che ne enfatizzano l’aspetto maligno.
Intenso, devastante, ossessivo, “Il cigno nero”, pur ricordando il cinema oscuro e psicologico di De Palma e Polanski, è la perfetta sintesi del cinema di Aronofsky: delirante come “Π - Il teorema del delirio”, disperato come “Requiem for a dream”, fantastico come “The fountain - L’albero della vita”, affranto come “The wrestler”.

Voto: 93%