martedì 29 dicembre 2009

SHERLOCK HOLMES

Sherlock Holmes streamingTitolo originale: id.
Nazione: Australia, Gran Bretagna, USA
Anno: 2009
Genere: azione, giallo
Durata: 2h08m
Regia: Guy Ritchie
Sceneggiatura: Michael Robert Johnson, Simon Kinberg, Antony Peckham
Fotografia: Philippe Rousselot
Musiche: Hans Zimmer
Cast: Robert Downey Jr., Jude Law, Mark Strong, Rachel McAdams, Eddie Marsan, Kelly Reilly, Robert Maillet, Geraldine James, Hans Matheson, William Houston, James Fox, William Hope, Clive Russell


Acquista “Sherlock Holmes” in DVD (€ 19.99), Blu-ray (€ 26.90) su BOL.it

Trama
Sherlock Holmes è il più celebre detective del Regno Unito, in grado di risolvere gli enigmi più complicati mediante un’attenta analisi dei particolari. Durante la sua ultima indagine, l’investigatore, assieme al fido Dr. Watson, sventa l’omicidio di una ragazza, scelta come vittima in un rito sacrificale di una setta segreta. Lord Blackwood, capo della setta, viene arrestato, processato e condannato a morte. Blackwood, prima di essere impiccato, avverte Sherlock Holmes che ritornerà in vita. Alcuni giorni dopo l’esecuzione, la sua cripta viene trovata aperta e nella bara c’è più il suo cadavere ma quello di un altro uomo. Compito di Sherlock Holmes è dunque quello di fermare il diabolico piano di Blackwood, intenzionato a conquistare l’Inghilterra ed il mondo.

Recensione
Dopo tanti film su Sherlock Holmes interpretati dall’attore britannico Basil Rathbone il personaggio uscito dalla penna dello scrittore Sir Arthur Conan Doyle era stato del tutto dimenticato dal cinema. “Sherlock Holmes” di Guy Ritchie non è tuttavia tratto da uno dei direttamente dai racconti di Conan Doyle, ma si ispira ad un libro a fumetti di Lionel Wigram sul personaggio reso famoso dallo scrittore inglese. Nel suo nuovo film, Ritchie propone un’immagine molto più moderna e singolare del detective più celebre del Regno Unito, destinandola ad un pubblico più giovane che quasi certamente conosce il personaggio, ma che difficilmente avrà sfogliato qualche pagina dei libri di Conan Doyle. Uno Sherlock Holmes ricco di fascino, prestante fisicamente, boxer negli incontri clandestini, sempre ironico ed ingegnoso. Nessuno però gridi allo scandalo. Infatti molti sceneggiatori e registi di teatro e di cinema, prendendo spunto dalle pagine di Conan Doyle hanno negli anni adattato a proprio piacimento le caratteristiche del personaggio. La celebre frase “Elementare, Watson”, ad esempio, assente nel film di Ritchie, non esiste nelle pagine dei libri, introdotta e resa famosa dai numerosi film interpretati da Rathbone. Questa assenza riduce di molto il divario tra i due personaggi, dato che nella letteratura il Dr. Watson si limitava ad essere un’umile spalla del detective. Nei panni dell’inquilino di 221b di Baker Street c’è Robert Downey Jr., attore geniale, un vero istrione. Merito suo se questo Sherlock Holmes ne esce difficilmente criticabile: lottatore perfetto ma anche attentissimo osservatore, dotato di un pizzico di cinismo e di insensibilità (figlia del suo razionalismo scientifico), trasandato al limite del sudicio. Insomma, un personaggio che non può non risultare simpatico. Robert Downey Jr. si dimostra all’altezza del suo personaggio e con astuzia ed intelligenza si cala nella parte con naturalezza e senza scadere mai nella caricatura, fornendo uno spirito frizzante e fascinoso. Il Dr. Watson incarnato da Jude Law non è più l’ingenuo e un po’ stupido aiutante. E’ un uomo dalla bella presenza, forte nel suo carattere di ex-militare, pareggiato al suo compagno. Non è più l’umile spalla, ma sopperisce alle non poche distrazioni di Holmes. Splendido il rapporto ed i dialoghi tra i due, conditi di umorismo e di una sana gelosia. Un legame che va al di là della semplice amicizia, diventando due fratelli di sangue.
Assieme ai tre sceneggiatori, Ritchie costruisce un puzzle fatto di indizi e di supposizioni, dialoghi brillanti e scene di azione tra inseguimenti e scazzottate. Il finale soddisfa sia gli amanti dell’action movie che i giallisti, da un lato con uno scontro al livello del James Bond più in forma e dall’altro con una perfetta ricostruzione del caso attraverso tutti gli indizi raccolti da Sherlock Holmes che lo hanno portato a dissezionare la complessità del caso con le sue capacità di natura abduttiva. Sul lato tecnico Ritchie si conferma estroso ed ispirato dietro la mdp, con movimenti di camera articolati e veloci, tra i quali si fanno notare le scene in cui Holmes organizza i suoi movimenti per condurre a buon fine i suoi scontri fisici.
La colonna sonora di Hans Zimmer (infiniti i film famosi cui ha partecipato) si rivelano perfette nella sdrammatizzazione di alcune scene laddove il thrilling o il dramma dovrebbero dominare. Gli effetti speciali, figli di una computer grafica non troppo invasiva, regalano alcune riprese particolarmente suggestive, rendendo attraverso la magnifica fotografia di Philippe Rousselot l’atmosfera tipica della Londra cupa e grigia di fine ‘800.
“Sherlock Holmes” di Guy Ritchie è un film d’intrattenimento. Potrebbe storcere il naso chi è abituato alla figura pacata e riflessiva del detective di Baker Street. I due personaggi assunti al ruolo di supereroi che escono quasi illesi da esplosioni e scontri all’ultimo sangue possono infatti risultare poco credibili. Ma se l’obiettivo è l’intrattenimento e se questo è ben architettato, allora si può provare a trascurare questi elementi e lasciarsi trasportare da un sano divertimento.

Voto: 78%

Trailer “Sherlock Holmes”


giovedì 24 dicembre 2009

BUON NATALE 2009

Buon Natale 2009


mercoledì 23 dicembre 2009

NATALE A BEVERLY HILLS E' UN FILM D'ESSAI

Natale a Beverly Hills cinepanettone d'essaiIl titolo di questo articolo non è una delle battute del film, ma è quanto ha realmente affermato la Commissione Cinema del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. “Natale a Beverly Hills” è dunque un film di “interesse culturale e nazionale”. Nessuno vuole criticare i cinepanettoni, ma è chiara loro valenza esclusivamente “ludica” lontana da ogni pretesa culturale, un momento di svago durante le feste natalizie che coinvolge il pubblico di massa alla ricerca di sale cinematografiche riscaldate in giornate particolarmente fredde. Un cinepanettone dichiarato dallo Stato Italiano come un prodotto per “cinema d’essai”, è un duro colpo per il cinema d’autore. Il cinema d’essai fa riferimento a film non destinati ad pubblico di massa e “Natale a Beverly Hills” non sembra possedere caratteristiche autoriali pur essendo sempre ai primi posti delle classifiche d’incasso del periodo natalizio. La riforma Urbani permette a film che devono essere ancora girati di ottenere, in base a parametri calcolati sull’effettiva qualità della pellicola, di ottenere finanziamenti e forti riduzioni fiscali.
Questi vantaggi si riflettono sulle sale che proiettano queste pellicole ritenute di “interesse culturale e nazionale”, ovvero quei multisala che da tempo stanno togliendo introiti ai reali cinema d’essai che proiettano, a loro rischio e pericolo, pellicole d’autore spesso poco digerite dal pubblico. Queste sale si preoccupano di promuovere il cinema d’autore senza interessarsi dei guadagni e dunque meritano i contributi statali. Riconoscere “Natale a Beverly Hills” come film di “interesse culturale e nazionale” è un grave attentato al vero cinema ed alla cultura in genere.


BUONI VACANZE ITALIA

Buoni Vacanze ItaliaSecondo il Ministero del Turismo “Anche chi ha un piccolo reddito merita una grande vacanza”. E questo è anche lo slogan degli spot che saranno trasmessi sulle reti Rai per illustrare questa nuova opportunità offerta dallo Stato. Sono stati infatti stanziati 5 milioni di euro per consentire le vacanze anche alle famiglie con basso reddito mediante l’emissione di buoni vacanze nominativi in due tagli, da €5 e da €20. Questi buoni, erogati dall’Associazione Buoni Vacanze Italia, costituita per l’occasione, sono utilizzabili soltanto sul territorio italiano in strutture come alberghi, villaggi turistici, residences, campeggi, agriturismi, ostelli, bed&breakfast, affitacamere, ristoranti, musei, centri culturali, punti vendita di prodotti locali ed artigianali, agenzie di noleggio che aderiranno all’iniziativa promossa dal Ministero del Turismo. L’intenzione è stata dunque quella di favorire non soltanto il classico vitto e alloggio, ma anche le componenti culturali delle vacanze. Gli aventi diritto dovranno fare richiesta dal 20 gennaio ed il contributo varia tra il 20% ed il 45% del costo totale della vacanza. I buoni vacanze saranno utilizzabili fino al 30 giugno 2010 per incentivare flussi in periodi poco considerati dagli italiani, troppo abituati a sfruttare le proprie ferie nel mese di agosto.


lunedì 21 dicembre 2009

BRITTANY MURPHY MORTA A SOLI 32 ANNI

Brittany Murphy morta a soli 32 anniL’attrice Brittany Murphy, 32 anni appena compiuti, muore questa mattina per arresto cardiaco, secondo quanto dichiarato dalle autorità americane. La giovane attrice di origini italiane (il suo vero cognome è infatti Bertolotti), sposata con lo sceneggiatore inglese Simon Monjack, è stata trovata la madre priva di sensi nella doccia della sua casa di Los Angeles. Inutile il trasporto dell’attrice in ospedale dove i medici hanno soltanto potuto constatare la morte. Ancora oscure le cause, ma sono già tante le supposizioni più o meno attendibili. Brittany Murphy non stava passando uno dei suoi migliori momenti. L’attrice infatti è stata licenziata dal set del suo ultimo film, “The caller”, perché avrebbe creato troppi problemi alla troupe. Per avere notizie più certe è necessario comunque attendere l’esito dell’autopsia che si terrà per martedì 22 dicembre. Sono previsti anche esami tossicologici per escludere motivi legati al consumo di droghe, dato che in passato Brittany rimase coinvolta in episodi di abusi di sostanze stupefacenti.
Brittany Murphy, nata ad Atlanta (USA) il 10 novembre 1977 dalla madre Sharon di origini irlandesi e dal padre italo-americano Angelo Bertolotti, aveva iniziato la sua carriera di cantante già a nove anni nel musical “I miserabili” e agli inizi degli anni ‘90, fu leader della band “Blessed Soul”. Trovò il successo nel cinema con il film “Ragazze a Beverly Hills”, scritto e diretto da Amy Heckerling, in parte ispirato ad “Emma”, romanzo di Jane Austen. In seguito Brittany fu nel cast di “8 miles” come partner del rapper Eminem. Gli altri suoi film più famosi sono: “Ragazze interrotte”, “Don’t Say a Word”, “Spun”, “Sin City”, “Oggi sposi... niente sesso” e “Tutte le ex del mio ragazzo”. Ragazza dal fisico minuto (1.60m di altezza), visino dolce ed impertinente, era perfetta per interpretare personaggi nelle commedie romantiche ma ha saputo interpretare anche parti drammatiche e dalla personalità molto complessa. Il suo ultimo film rimane “The Expendables”, diretto da Sylvester Stallone, in uscita nelle sale cinematografiche nel 2010.
Come ha scritto Ashton Kutcher, attuale marito di Demi Moore e suo partnet nel film “Oggi sposi... niente sesso” e in un periodo della sua vita, nella sua pagina Tweeter, “Oggi il mondo ha perso un piccolo pezzo di luce”. Ciao, Brittany.


domenica 20 dicembre 2009

WHAT WOMEN WANT - QUELLO CHE LE DONNE VOGLIONO

What women want - Quello che vogliono le donneTitolo originale: What women want
Nazione: USA
Anno: 2000
Genere: commedia
Durata: 2h07m
Regia: Nancy Meyers
Sceneggiatura: Josh Goldsmith, Cathy Yuspa
Fotografia: Dean Cundey
Musiche: Alan Silvestri
Cast: Mel Gibson, Helen Hunt, Marisa Tomei, Alan Alda, Ashley Johnson, Mark Feuerstein, Lauren Holly, Delta Burke, Valerie Perrine, Sarah Paulson, Judy Greer, Ana Gasteyer, Lisa Edelstein, Diana-Maria Riva


Acquista “What women want” in DVD (€ 9.99)


Trama

Nick Marshall lavora in un’importante agenzia pubblicitaria di Chicago. E’ un playboy incallito, privo di reali sentimenti per le donne. Di conseguenza, ha un matrimonio fallito ed una figlia con la quale non ha buoni rapporti. Nella sua agenzia viene assunta come nuovo direttore artistico, posizione ambita da Nick, l’affascinante Darcy McGuire, che subito chiede al suo gruppo di creare un nuovo slogan su alcuni prodotti per donne. Per cercare di entrare nella psicologia femminile, una sera, Nick, a casa sua, arriva a depilarsi ed indossare calze di nylon. Ma, scivolando sul pavimento del bagno, cade nella vasca piena d'acqua assieme al phon e rimane fulminato. Quando si risveglia, si accorge di aver acquistato un dono: Nick riesce a leggere nella mente delle donne.

Recensione
“What women want - Quello che le donne vogliono” parte da un’idea intrigante: un uomo che, a causa di un incidente domestico, acquista il dono di poter leggere nella mente delle donne, riuscendo così a comprendere cosa esse vogliano veramente. Quello che però poteva essere uno spunto interessante, si risolve in un’immagine stereotipata dei ruoli fra donne e uomini, privo di accettabili analisi psicologiche e del tutto rivolto alla componente “comedy”. La storia segue la trasformazione del protagonista da maschilista, privo di reali sentimenti, in un delicato e raffinato amante delle donne, attento e comprensivo, un po’ per reale rispetto, un po’ per tornaconto personale. Nick Marshall, il protagonista di “What women want - Quello che le donne vogliono”, è infatti il prototipo del manipolatore di donne. E’ separato dalla moglie per la sua incapacità di sostenere un rapporto serio e per la sua innata voglia di conquistare le donne. Un esempio è come si prende gioco dei sentimenti di Lola (una sempre dolce ed affascinante Marisa Tomei), una cameriera, aspirante attrice, fortemente attratta da Nick. Seppur abbastanza saggia da comprendere che farsi coinvolgere da una relazione con un uomo tale sarebbe per lei un disastro, Lola cade nella trappola e rimane delusa, una conferma della sua vita troppo ricca di aspettative impossibili da realizzare. Mel Gibson, interprete di Nick, è un attore poco abituato a ruoli del genere ed appare evidente il suo sforzo di entrare nei panni dell’attore brillante, prendendo in prestito gli atteggiamenti dei vari personaggi delle classiche commedie del passato. Helen Hunt, invece, riesce ad interpretare molto meglio il suo personaggio: donna in carriera e, di conseguenza, sofferente di una forte solitudine.
Buona la colonna sonora di “What women want - Quello che le donne vogliono”, opera del maestro Alan Silvestri. Si evidenziano con piacere i due brani “I won’t dance” e “I’ve got you under my skin” di Frank Sinatra, ben sfruttati nelle scene in cui si presentano. La fotografia Dean Cundey offre un immagine di Chicago insolita e molto affascinante.
“What women want - Quello che le donne vogliono” è una commedia passabile, non priva di banalità e spunti di riflessione poco approfonditi. Un film che scorre senza noia, forte nella prima parte in cui prevale la componente “commedia”, debole e scontata nella seconda, in cui il sentimentalismo risulta stucchevole e mieloso.

Voto: 62%



mercoledì 16 dicembre 2009

MAURICE HENRY IN MOSTRA A MILANO

Maurice Henry in mosta a MilanoMaurice Henry è in mostra a Milano presso Galleria del Gruppo Credito Valtellinese dal 4 dicembre 2009 al 14 marzo 2010. Fu un artista incredibilmente poliedrico: pittore, scrittore, disegnatore, poeta, scultore, regista e scenografo, in grado di coniugare surrealismo e disegno umoristico. Nel 1927 Henry si unisce al “Le Grand Jeu”, un gruppo di artisti nato con lo scopo di ridare senso ad un mondo che ormai ne era rimasto privo. Nel frattempo coltiva la sua passione per le vignette intrese di un macabro humour. Da eterno bambino, Maurice Henry ricercò, durante la sua carriera artistica, una strada che attraverso il buonumore conducesse l’osservatore ad un ritorno all’infanzia, unico modo per placare il senso di rabbia e di dolore che attanaglia il genere umano. Il tema della morte e della sessualità sono per Henry sono trattati in un ottica originale e le sue vignette rivelano grande abilità tecnica.
La mostra di Maurice Henry, dal titolo “Una poetique de l’humour” e curata da Dominique Stella e Guido Peruz, accoglie oltre trecento opere tra disegni surrealisti, vignette umoristiche, sculture e dipinti su tela. Le opere di Maurice Henry offrono una visione ambigua del mondo, nelle qualeilo humour diviene elemento dissacratorio per mitigare le durezze e le crudeltà della vita.
La mostra celebra Maurice Henry nel quarantennale del suo abbandono del disegno umoristico quando, nel 1968, l’artista abbandona la Francia e la sua attività umoristica, per stabilirsi a Milano occupandosi esclusivamente alla pittura.

Info
Sede: Galleria del Gruppo Credito Valtellinese - Corso Magenta, 59 - Milano
Periodo: 4 dicembre 2009 - 14 marzo 2010
Orari: 10.00-18.00 (tutti i giorni), lunedì chiuso
Ingresso: €6,00 intero - 5,00 ridotto* - 3,00 ridotto**
Tel: 0248008015 (infos e prenotazioni)
*over 65 e under 18 anni, gruppi di minimo 25 persone, titolari di convenzioni e coupon,
*classi scolastiche, gratuito per un accompagnatore per gruppo, due insegnanti accompagnatori per classe, giornalisti e guide turistiche con tesserino, disabili e accompagnatore, correntisti del Gruppo Credito Valtellinese


martedì 15 dicembre 2009

ISOLA DI PASQUA AD ACCESSO LIMITATO

Isola di Pasqua - MoaiGli abitanti dell’Isola di Pasqua, incantevole isolotto di 5000 anime al largo dell’Oceano Pacifico, hanno approvato alla quasi unanimità (il 96,32%) una riforma della costituzione che limita l’accesso dei turisti sull’isola. Negli ultimi anni, infatti, l’ecosistema dell’isola appartenente allo Stato cileno, ha rischiato di essere compromesso a causa dell’enorme afflusso dei turisti, attirati dalla splendida natura, dai minacciosi vulcani presenti e dai misteriosi moai, enormi monoliti di origini sconosciute. Neanche il loro scopo è ben chiaro agli studiosi che al momento pendono per una rappresentazione dei capi tribù indigeni morti. La loro presenza, secondo la credenza popolare, avrebbero consentito un legame tra il mondo dei morti e quello dei vivi.
Il sottosegretario agli interni, Patricio Rosende, ha spiegato il risultato del referendum affermando che non si vuole in nessun modo penalizzare il turismo, risorsa fondamentale per l’economia dell’isola, ma di regolarlo in modo da garantire maggiore qualità dei soggiorni ed il massimo rispetto per l’ambiente. L’isola di Pasqua è raggiungibile durante tutto l’anno soltanto dal Cile con la compagnia LAN Chile oltre ad un gran numero di navi da crociera che fanno tappa sull’isola. In quest’ultimo caso, però, dato che il piccolo porto di Hanga Roa non è in grado di accogliere le grandi navi da crociera, i passeggeri sono costretti a sbargare al largo per essere condotti con i motoscafi sull’isola. L’isola di Pasqua, pur se di ridotte dimensioni, ha un buon numero di alberghi e resort per tutte le tasche, anche se il costo della vita sull'isola è molto più elevato rispetto alla media del Cile, poiché è necessario importare dalla terra ferma ogni tipo di bene.
Dopo la protesta degli abitanti che in agosto occuparono per due giorni l’aeroporto dell’isola, adesso il risultato del referendum dovrà essere preso in seria considerazione dal Parlamento di Santiago del Cile.
Nel 1994 sull’Isola di Pasqua fu girato il film “Rapa Nui”, (il nome dell’isola in lingua nativa), prodotto da Kevin Costner e diretto da Kevin Reynolds. Un film d’avventura, una fiaba d’amore che però non ebbe grande successo al cinema e che, già allora, provocò l’ira degli abitanti che protestarono per la presenza della produzione. Il film rimane comunque un’occasione per ammirare le suggestive ambientazioni che regala questa terra magnifica. Pianure sconfinate, montagne verdi ed il mare meraviglioso che la circonda senza dimenticare le mitiche state moai, simbolo dell’Isola di Pasqua.


domenica 13 dicembre 2009

EUROPEAN FILM AWARDS 2009 (EFA): I VINCITORI

European Film Awards - I vincitori“Il nastro bianco” è il miglior film europeo del 2009. Il film del regista austriaco Micheal Haneke, già Palma d’oro a Cannes, si aggiudica infatti il premio come miglior film nell’ultima edizione degli European Film Award (EFA). “Il nastro bianco” vince anche il premio per la migliore sceneggiatura, realizzata dallo stesso regista. Tahar Rahim vince il premio come miglior attore per il film “Il profeta”. L’attore francese di origini algerine la spunta sull’italiano Filippo Timi, il Mussolini del film “Vincere” di Marco Bellocchio. Dopo la statuetta conquistata agli Oscar 2009, Kate Winslet conferma il suo anno magico aggiudicandosi il premio come migliore attrice per il film “The reader - A voce alta”. Il pubblico ha premiato il grande vincitore degli Oscar 2009, “The millionaire” di Danny Boyle, film che si aggiudica anche il premio come miglior fotografia.
La cerimonia della 22a edizione degli European Film Awards è stata realizzata a Bochum (Germania), a pochi chilometri da Essen, città scelta come capitale della cultura 2010.
Grande acclamazione per Ken Laoch che ha ricevuto da Eric Cantona, protagonista nel suo ultimo film “Il mio amico Eric”, il premio alla carriera. Pur non nascondendo emozione e gratitudine per il premio ricevuto, Loach non si è risparmiato nel criticare la pessima distribuzione del cinema europeo, spesso penalizzato dalle grosse produzioni americane.
Segue la lista dei vincitori degli European Film Awards (EFA):

Miglior film
Il nastro bianco, regia di Michael Haneke
Miglior regista
Michael Haneke - Il nastro bianco
Miglior attore
Tahar Rahim - Il profeta
Miglior attrice
Kate Winslet - The Reader - A voce alta
Miglior sceneggiatura
Michael Haneke - Il nastro bianco
Miglior fotografia
Anthony Dod Mantle - Antichrist e The millionaire
Miglior compositore
Alberto Iglesias - Gli abbracci spezzati
Miglior documentario
Das summen der insekten - Bericht einer mumie, regia di Peter Liechti
Miglior cortometraggio
Poste Restante, regia di Marcel Lozinski
Miglior rivelazione
Katalin Varga, regia di Peter Strickland
Miglior film d’animazione
Mia et le Migou, regia di Jacques-Rémy Girerd
Premio FIPRESCI
Tatarak, regia di Andrzej Wajda
Premio EURIMAGES per la miglior cooperazione europea
Diana Elbaum (Entre Chien et Loup) e Jani Thiltges (Samsa Film)
People’s Choise Award (premio del pubblico)
The Millionaire, regia di Danny Boyle
Premio per il contributo europeo al cinema mondiale
Isabelle Huppert
Premio alla carriera
Ken Loach


venerdì 11 dicembre 2009

ALL'ASTA IL PATRIMONIO D'ARTE DI ALITALIA

Si è tenuta martedì 8 dicembre Palazzo Patrizi in via Margutta a Roma, l’asta del patrimonio artistico di Alitalia. 187 opere d’arte contemporanea che durante gli anni ’50 trovavano posto sugli aerei di linea o nelle sedi Alitalia di Roma, Milano, Parigi e New York. L’asta è stata organizzata da Finarte, vincitrice della gara nella quale hanno partecipato anche le prestigiose Sotheby’s e Christie’s. Il commissario straordinario Augusto Fantozzi aveva stimato un incasso di circa €1.144.600, ma in realtà nelle casse di Alitalia sono entrati soltanto €811.000. Bisogna però considerare che se il pezzo più prestigioso della collezione, il “Zeus partorito dal sole” di Gino Severini non è stato aggiudicato perché le offerte si sono fermate a €340.000, cifra inferiore al prezzo minimo di €350.000. A meno che non vadano subito in porto alcune trattative riservate, si conta comunque di raggiungere la cifra stimata il prossimo aprile 2010, quando Finarte organizzerà una nuova asta.
Il pezzo venduto al prezzo più alto è stato “Concetto spaziale” di Lucio Fontana (1961), un piccolo dipinto di 20x30 cm. venduto a €48.000. In realtà l’acquirente dovrà sborsare circa €71.000 per le commissioni di Finarte (24% del prezzo battuto), l’IVA (20%) e i diritti spettanti all’autore o ai suoi eredi (€3.000 più il 4%). “Passaporto passaspesso” di Piero Dorazio (1954), è stato aggiudicato per €38.000 ad un compratore che ha effettuato l’asta al telefono. Al terzo posto una natura morta di Gino Severini (1954-1956), (€29.000). Seguono un acquerello di Giorgio Morandi (1959) (€26.000), un quadro senza titolo di Mimmo Rotella (1961) (€26.000). Due dipinti di Giacomo Balla sono stati venduti a €20.000 e €18.000, mentre due di Enrico Prampolini a €20.000 e €16.000. “Il gallo” di Renato Guttuso (1951) è acquistato a €5.500, mentre tre litografie di Giorgio De Chirico sono state vendute una a 1.600 euro e due a 950 ciascuna. L’opera aggiudicata al prezzo più basso, €40, è stato il dipinto “Tetti e case” di Enotrio Pugliese. Exploit per un quadro di Sergio Romiti: valutato nel catalogo tra €50 ed i €70 è stato aggiudicato per €4.200.


JENNIFER'S BODY

Jennifer's bodyTitolo originale: id.
Nazione: USA
Anno: 2009
Genere: commedia, horror
Durata: 1h42m
Regia: Karyn Kusama
Sceneggiatura: Diablo Cody
Fotografia: M. David Mullen
Musiche: Stephen Barton, Theodore Shapiro
Cast: Amanda Seyfried, Megan Fox, Adam Brody, J.K. Simmons, Johnny Simmons, Amy Sedaris, Ryan Levine, Sal Cortez, Juan Riedinger, Colin Askey, Chris Pratt, Juno Ruddell, Kyle Gallner, Cynthia Stevenson, Aman Johal, Josh Emerson, Nicole Leduc


Trama
Jennifer e Needy sono amiche inseparabili fin dall'infanzia, anche se del tutto differenti. Jennifer è la ragazza più sexy della scuola, senza interessi se non uscire la sera e frequentare ragazzi. Needy è meno appariscente, piuttosto intelligente e meno spigliata, innamorata del suo ragazzo Chip, ma vittima di una smisurata venerazione per Jennifer, tanto da esserne totalmente succube. Una sera le due ragazze si recano al Melody Lane, nel quale una sconosciuta band di città, i Low Shoulder. Jennifer ha intenzione di sedurre Nikolai, il cantante e chitarrista della ban. Ma durante il concerto si sviluppa uno incendio nel quale muoiono molte persone. Needy e Jennifer riescono a salvarsi, ma fuori, mentre Needy è ancora sconcertata per la tragedia appena avvenuta, Nikolai, con assoluta tranquillità, invita le due ragazze a proseguire la serata nel loro furgone. Jennifer accetta l’invito e parte con il gruppo. Da quella sera però Jennifer non sarà più la stessa ragazza.

Recensione
“Jennifer’s body” è una commedia horror che ha già fatto parlare di sé prima della sua uscita per due motivi. In primis, la sua protagonista, la splendida ed affascinante Megan Fox, si è esibita in una rovente scena lesbo nella quale bacia appassionatamente l’attrice Amanda Seyfried. Inoltre si tratta del secondo film sceneggiato dal premio Oscar 2008 (per il film “Juno”) Diablo Cody, ex spogliarellista ed autrice di un blog di successo, nel quale venivano raccontati gli episodi della sua attività lavorativa. Un mix che poteva dar vita ad una pellicola esplosiva ma che invece altro non è che uno dei peggiori horror del 2009, un film che potrà soltanto gratificare a qualche maschietto attizzato dalle grazie della Fox. Se con “Juno” aveva offerto qualcosa di fresco e divertente, la Cody dimostra in “Jennifer’s body” quanto il successo le abbia dato alla testa, finendo con puntare tutto su un femminismo visualmente violento ma privo di contenuti e che alla fine si ritorce contro i suoi scopi. Le donne, fameliche e mangiatrici di uomini, risultano insignificanti e superficiali, e mettono in mostra il proprio corpo per i meri appetiti sessuali, prima, e Ragazzacce prive di ogni opinione, pronte soltanto a divertirsi e le “brave ragazze” incapaci di imporre la propria personalità, succubi dell’effimero successo delle amiche più appetibili. E’ incredibile constatare che dietro un film come “Jennifer’s body” ci siano due donne, la Cody e la regista nippoamericana Karyn Kusama. La storia è talmente banale da rispettare ogni topos del genere teen horror, con le ragazzine strafighe cheerleader ed amate da tutta la scuola, e le bruttine un po’ assennate ma incapaci di imporsi, troppo eclissate e succubi del fascino e del successo delle loro amiche più carine. Protagonista di “Jennifer’s body” non è Jennifer (al massimo può esserlo il suo corpo), bensì Needy che all’inizio del film racconta tutti gli episodi che l’hanno condotta in un manicomio criminale. La ragazzina è fortemente legata a Jennifer, relegando il proprio ragazzo in secondo piano. Sarebbe una ragazza in gamba se non fosse per l’assenza di una forte personalità che la lascia in balia dei comportamenti dissennati di Jennifer. La sceneggiatura e i dialoghi scritti da Cody giocano troppo sul mondo dei giovani e sui termini “internettiani” risultando mediocri ed autocompiaciuti. Tutto è troppo eccessivo per essere credibile, e così manca di credibilità la sua denuncia sull’incapacità dei ragazzi di filtrare le informazioni tramite il proprio giudizio, tanto che un’amica di Needy sconfessa un suo giudizio definendolo inattendibile soltanto perché “è scritto su Wikipedia” l’esatto contrario.
Inevitabile un commento sulla tanto decantata scena di sesso lesbico: vedere Megan Fox che bacia con passione un’altra donna non potrà che rendere felici tutti i maschietti e lesbiche del mondo, ma nel contesto del film la scena appare gratuita e senza alcuna conseguenza logica sulla storia. Molto più riuscita è invece “la prima volta” tra Needy ed il suo ragazzo che tra imbarazzi adolescenziali e visioni terrificanti offre qualcosa di piacevole ed interessante, in particolar modo nell’alternarsi con la scena in cui Jennifer sbrana una delle sue vittime. Sesso e morte, qui ambiguamente accostati, restituiscono “Jennifer’s body” al filone sexy-horror degli anni ‘60/’70 quando registi Jess Franco, Jean Rollin e Renato Polselli imperversavano con i loro b-movies fatti di vampire assetate di sangue, donne cannibali e zombie sexy alle quali Cody sembra essersi ispirata. Altra nota positiva riscontrabile in “Jennifer’s body” è il brano della band fittizia dei Low Shoulder che, sfruttando un evento tragico, raggiungono il successo. “Through the trees”, come brano in vetta nelle classifiche discografiche, risuona in ogni radio durante la pellicola, sottolineando come in realtà per raggiungere il successo non serve saper cantare, ma trovarsi nel posto giusto al momento giusto oppure essere nelle grazie di Maria De Filippi o di Morgan. Il resto della colonna sonora di “Jennifer’s body” è un insieme di brani studiati ad hoc per il target adolescenziale della pellicola: si spazia da pop all’emo, dal rock al metal con successi tanto amati dai teenager. Inquietante “Violet” delle Hole che chiude il film e accompagna i titoli di coda. Strano come il nome Jennifer alimenti la fantasia dei titolo dei film thriller/horror. Tanti sono infatti i film che hanno nel titolo questo nome: “Non violentate Jennifer” di Meir Zarchi (legato anche al tema della vendetta delle due protagoniste), “Jenifer - Istinto assassino” di Dario Argento, e perfino “Perché quelle strane gocce sul corpo di Jennifer” di Anthony Ascott, al secolo Giuliano Carnimeo.
“Jennifer’s body” è in sintesi poco divertente per essere una commedia poco terrificante per essere un horror. Un film sul quale grava una sceneggiatura scritta in modo furbo e presuntuoso, studiata a tavolino ed ogni intenzione di offrire una morale scade nel ridicolo. Peccato poi che non sia neanche troppo trash per rappresentare un’efficace parodia del genere horror. Se poi in un film le uniche cose che cercate sono sangue e sesso, allora “Jennifer’s body” può fare al caso vostro. Badate bene, però, che non vedrete Megan Fox nuda!

Voto: 47%


martedì 8 dicembre 2009

SCOPERTA NEL MEDITERRANEO UNA CITTA' SOMMERSA

Città sommersa - LibiaI resti di una città romana sono stati ritrovati nelle acque libiche, lungo la costa orientale della Cirenaica. Il ritrovamento, identificabile tra le città di Derna e Bomba, è stata effettuato da un equipe di tecnici e archeologici italiani della Regione Sicilia e dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli, guidati dal sovrintendente Sebastiano Tusa, durante gli studi del progetto ArCoLibia (Archeologia Costiera della Libia), che va avanti da alcuni anni e che ha già portato ad alcune importanti scoperte come la nave veneziana Tigre naufragata presso il capo Ras al-Hilal.
Gli archeologi italiani avevano già individuato alcuni resti di strutture murarie sepolte tra le dune sabbiose delle spiagge di Capo di Ras Etteen. Edifici, strade, tombe ed alcune per la macerazione di molluschi tipici delle coste del mar Mediterraneo, dai quali si otteneva la porpora, un pigmento pregiato che nel mondo classico simbolo di lusso e legato al potere civile e religioso, riservata ad imperatori, senatori e sacerdoti.
Si suppone che la città, il cui nome non è ancora stato accertato, subì gli effetti catastrofici di uno tsunami causato da uno dei più forti terremoti del mondo antico che colpì il 21 luglio del 365 d.C. l'intero Mediterraneo, devastando o sommergendo grandi città del mondo antico. Molte delle vasche, infatti, risultano ancora chiuse in attesa della macerazione dei molluschi e molte mura risultano spostate di qualche metro dalla loro posizione originaria.
La città doveva essere un punto strategico, una tappa necessaria per le rotte di navigazioni costiere, ma anche per quelle che collegavano la Greta con l’Africa.
Quello che colpisce è l’impianto urbanistico perfettamente regolamentato con grandi edifici a pianta rettangolare collegati tra loro da strade distribuite secondo criteri rigorosi.


sabato 5 dicembre 2009

IL RINASCIMENTO E IL BAROCCO LOMBARDO IN MOSTRA A MILANO

Dipinti lombardi dal Rinascimento al BaroccoIl Grattacielo Pirelli, noto come “Pirellone” e sede della Regione Lombardia, ospita dal 3 dicembre 2009 al 28 febbraio 2010 la mostra “Dipinti lombardi dal Rinascimento al Barocco”. Ventidue opere realizzate tra il ‘500 ed il 600 appartenenti al patrimonio delle Istituzioni Ospedaliere Lombarde. Una serie incredibile di circa 20000 oggetti d’arte, di cui più di 8000 dipinti, gentilmente offerti negli anni dai numerosi ospiti delle strutture. I 22 migliori dipinti trovano adesso giusta visibilità nella mostra curata Mina Gregori, direttrice del mensile d’arte e di letteratura “Paragone” e presidentessa della Fondazione di Studi di Storia dell’Arte Roberto Longhi. In collaborazione con un comitato scientifico composto da Marco Bona Castellotti, Pietro Petraroia, Alessandro Rovetta, e con la direzione creativa di Piero Addis, la Gregori ha organizzato le sale della mostra che presenta autori come Giovanni Cariani, Giorgio Duranti, Moretto da Brescia, Giovanni Battista Moroni, Camillo Procaccini, Romanino ed altri esponenti delle correnti artistiche del Rinascimento ed del Barocco. Le opere non vengono illustrate, al posto dei classici pannelli didascalici, da proiezioni su schermo che informano il visitatore circa autori e titoli delle opere e le relative informazioni utili per comprenderne il significato. Per promuovere la mostra, dal 2 all’8 dicembre, dal tramonto fino a mezzanotte, saranno proiettate sulle facciate del Pirellone i quadri della mostra.
La mostra “Dipinti lombardi dal Rinascimento al Barocco” fa parte del progetto “La Regione dà luce all’arte”, un insieme di eventi che si terranno a Milano fino alla prossima primavera. Dal 3 dicembre 2009 al 25 aprile 2010 viene presentato il ciclo “Artbox. A tu per tu con Antonello da Messina, Tiziano Vecellio, Francesco Hayez e Mario Sironi”, uno spazio unico che guida i visitatori alla scoperta di quattro importanti capolavori, ognuno dei quali è protagonista assoluto in un’esposizione uno per volta per la durata di circa un mese. La prima opera presentata, dal 3 dicembre al 10 gennaio 2010, è “Ritratto della contessa Teresa Zumali Marsili con il figlio Giuseppe”, di Francesco Hayez, un capolavoro di ritrattistica italiana del XIX secolo. Gli appuntamenti successivi vedono, “San Benedetto” di Antonello da Messina (dal 14 gennaio al 14 febbraio 2010), “Ritratto di Giulio Romano” di Tiziano Vecellio (dal 18 febbraio al 21 marzo 2010) e “Ritratto di Carlo Carvaglio” di Mario Sironi (dal 25 marzo al 25 aprile 2010).

Info
Sede: Grattacielo Pirelli - Via Fabio Filzi, 22 - Milano
Periodo: 3 dicembre 2009 - 28 febbraio 2010
Orari: 15.00-19.00 (tutti i giorni), 10.00-19.00 (sabato e domenica), lunedì chiuso
Ingresso: libero
Tel: 026597728 (infos e prenotazioni)
Note: Visite mattutine per gruppi e scuole, previa prenotazione.


giovedì 3 dicembre 2009

MOON

Titolo originale: id.
Nazione: Gran Bretagna
Anno: 2009
Genere: fantascienza
Durata: 1h37m
Regia: Duncan Jones
Sceneggiatura: Duncan Jones, Nathan Parker
Fotografia: Gary Shaw
Musiche: Clint Mansell
Cast: Sam Rockwell, Dominique McElligott, Rosie Shaw, Adrienne Shaw, Kaya Scodelario, Robin Chalk


Trama
Sam Bell è un astronauta legato da un contratto di lavoro che lo ha tenuto segregato da solo nella base lunare Selene. Si occupa dell’estrazione dell'Elio-3, unica salvezza per la Terra ormai impoverita di ogni risorsa energetica. Tra due settimane il contratto scadrà e Sam potrà finalmente fare ritorno sulla Terra dove lo aspettano sua moglie Tess e la piccola Eve. Sam vive in completo isolamento, a meno della presenza di un robot di nome Gerty con il quale parla quotidianamente come ad un amico. Durante questi ultimi giorni però Sam inizia ad avere strane allucinazioni che lo porteranno a capire che la base lunare nasconde alcuni segreti che lo coinvolgono in prima persona.

Recensione
“Moon” è il sorprendente film d’esordio di Duncan Jones, figlio del cantante ed attore David Bowie. Tratto liberamente dal libro “Entering Space: Creating A Spacefaring Civilization” dell’ingegnere spaziale Robert Zubrin, “Moon” è un film di fantascienza, ma totalmente privo di azione (non ci sono creature terrificanti in stile “Alien” o gli inseguimenti ed i combattimenti con spade laser di “Guerre stellari”, né razze nemiche da annientare come in “Star Trek”). “Moon” si riconduce infatti a quella tipologia di pellicole che attraverso storie di fantascienza attraverso cui analizzare le paure, i dubbi ed i tormenti, caratteristiche tipiche della labile natura umana. Sono dunque film come “2001: Odissea nello spazio” di Stanley Kubrick, “Solaris” di Andrei Tarkovsky, “Blade runner di Ridley Scott, Silent running (titolo originale dell'ignobile traduzione italiana “2002 - La seconda odissea”, utilizzata allo scopo di sfruttare il successo del film di Kubrick) di Douglas Trumbull i modelli cui il regista si è ispirato apertamente per approfondire i temi universali ed atemporali: l’isolamento e la solitudine, la lontananza dalla propria casa e dalla propria famiglia ed i rapporti tra uomo e macchina. Jones stesso ha affermato di aver preso da quei film gli elementi che amava, cercando di rielaborarli in modo originale. Considerazioni su tematiche complesse che però il regista britannico può riportare con assoluta consapevolezza, da laureato in filosofia presso il College of Wooster, Ohio (USA) con la tesi, dal titolo “How to kill your computer friend” (“Come uccidere il tuo amico computer”). La sua analisi sulla natura umana, le complessità che si nascondono nella psiche ed il rapporto tra uomo e le macchine dotate di un’intelligenza artificiale si ritrovano in “Moon” ed, in particolare, in Sam, personaggio principale, ed essenzialmente unico, del racconto filmico. Un uomo che ha vissuto per ben tre anni solo nella base ripetendo ogni giorno le sue attività lavorative e quando è prossimo al suo ritorno a casa, mentre si sta riposando all’interno della base improvvisamente gli appare un donna, seduta sulla poltrona (chiaro qui il riferimento a “Solaris”). Alienazione? Eccessiva stanchezza? Segni di una possibile follia o qualcosa di incomprensibile sta accadendo dentro ed intorno a Sam? Un incidente nel quale si troverà coinvolto, avrà importanti conseguenze e il minatore lunare inizierà a cercare di far luce su un evento assurdo che qui è meglio non rivelare per non rovinare la visione del film.
Nel cast troviamo principalmente il solo Sam Rockwell, interprete dell’unico lavoratore di una base mineraria lunare dove viene estratto l’Elio-3, fondamentale per la Terra ormai a secco di risorse energetiche. Le brevi apparizioni di Dominique McElligott nel ruolo della moglie Tess, di Kaya Scodelario nel ruolo della figlia Eve, e di qualche altra comparsa fanno solo da contorno ad una storia che in realtà si svolge del tutto nella mente e nei ricordi di Sam. Sam Rockwell, sul quale Duncan ha affermato di aver costruito la storia, è interprete perfetto dei ruoli cucitigli addosso, trasmettendo con spontaneità e con una autentica minuziosità ogni aspetto della difficile personalità si Sam, privato per tre lunghi anni di ogni contatto umano. Unico compagno è Gerty, un robot che si occupa della base e della sua salute. Spontaneo il paragone tra Gerty ed HAL 9000 del film di Kubrick. A differenza del suo analogo, Gerty è un computer che funziona con perfetta logica e, soprattutto, dimostra comportamenti rivolti al “bene” nel caso di obiettivi incoerenti, lasciandosi influenzare (ed ingannare) dal suo collega ed amico umano. Forse perché Gerty è dotato di stati d’animo non vengono espressi soltanto dalle simpatiche emoticons presenti sul suo monitor, ma anche dalle sfumature della sua voce, prestatagli nella versione originale da Kevin Spacey, e, in quella italiana, da Roberto Pedicini, il “Jack Folla” della trasmissione radiofonica “Alcatraz” nonché doppiatore di Spacey in quasi tutti i suoi film.
Particolari le scenografie di Tony Noble: secondo l’idea di Jones di far riferimento a film come “2001 - Odissea nello spazio” ed agli altri sopra citati, non ci sono megacomputer innovativi, anzi, ci troviamo ad oggetti antiquati come, ad esempio, la TV presente nella base, uno schermo piccolo ed in bianco e nero. Limitando al minimo il lavoro di computer grafica si è fatto uso, ad esempio, di semplici modellini per riprodurre gli esterni della superficie lunare. Risultati che mostrano il carattere retrò della pellicola. I brani della colonna sonora di “Moon”, composti da Clint Mansell, ex leader del gruppo pop britannico “Pop will eat itself” ed autore già in passato di ottime colonne sonore, tra tutte quella di “Requiem for a dream”, sviluppano quel senso di inquietudine, mistero e malinconia vissuti da Sam. L’utilizzo base del piano, con poche semplici note che si ripetono incessantemente è accompagnato da effetti elettronici che ne amplificano le sensazioni disturbanti. La fotografia di Gary Shaw contribuisce al senso di inquietante quiete della vita sulla Luna, alternando gli asettici ed illuminati interni della base con il buio degli esterni sulla superficie lunare.
“Moon” è un film che non apporta nulla di innovativo al genere fantascientifico, ma ha il gran merito di riportare in auge il genere sci-fi degli anni ’70 e ’80 che sembrava ormai tramontato da molti anni. Un film che non tutti riusciranno a digerire, lento e claustrofobico, ma che chi ha amato i classici sopra citati ed il cinema d’autore in genere amerà sicuramente.

Voto: 80%


martedì 1 dicembre 2009

(500) GIORNI INSIEME

Titolo originale: 500 days of Summer
Nazione: USA
Anno: 2009
Genere: commedia, sentimentale
Durata: 1h35m
Regia: Marc Webb
Sceneggiatura: Michael H. Weber, Scott Neustadter
Fotografia: Eric Steelberg
Musiche: Mychael Danna, Rob Simonsen
Cast: Joseph Gordon-Levitt, Zooey Deschanel, Geoffrey Arend, Chloe Moretz, Clark Gregg, Matthew Gray Gubler, Rachel Boston, Patricia Belcher, Minka Kelly, Darryl Alan Reed, Ian Reed Kesler, Yvette Nicole Brown


Trama
Tom Hansen è un giovane architetto, ma lavora come impiegato scrivendo frasi per biglietti d’auguri. E’ un appassionato la musica pop ed è cresciuto nella convinzione che non sarebbe mai stato felice finché non avesse incontrato la ragazza giusta. Il suo sogno sembra avverarsi un 8 gennaio, quando Sole Finn viene assunta come segretaria del capo dell’azienda in cui lavora. Tom è sicuro che Sole sia la ragazza che ha sempre sognato. Tom se ne innamora immediatamente, ma Sole, libera ed indipendente, non è assolutamente pronta per un legame serio e duraturo, non credendo affatto nell’amore.

Recensione
“(500) giorni insieme” non è una storia d’amore. La voce narrante ci tiene a precisarlo all’inizio del film: “Questa è la storia di un lui e di una lei”. Una storia di un incontro e di quello che da esso può scaturire. Dietro la facciata di semplice commedia sentimentale si nasconde un film scritto e diretto in maniera affascinante, ricco di episodi divertenti, dialoghi brillanti e personaggi adorabili. Il film d’esordio di Marc Webb, regista di pubblicità e videoclip, offre una visione incredibilmente reale sull’universo Amore, così lontana dalle oscenità propinate da uno scrittore (e, poveri noi, regista) come Federico Moccia. La vita vera e le situazioni sentimentali raramente sono tutte “rose e fiori” e la brillante sceneggiatura del duo Weber-Neustadter ne afferra le logiche complicate, le situazioni problematiche ed i momenti emonzionanti.
Purtroppo il titolo italiano non rende giustizia al significato ambiguo dell’originale “500 days of Summer” (letteralmente, “500 giorni d’estate”). Summer, nella versione italiana, diventa Sole (si poteva al massimo tradurlo in “500 giorni di Sole”): una ragazza deliziosa, una fatale ed inconsapevole carnefice d’amore per lo sventurato Tom, un giovane laureato in architettura che per guadagnare riversa tutta la sua creatività nelle frasi dei biglietti d’auguri. Gli episodi della storia tra i due ragazzi vengono narrati senza alcun ordine cronologico, ma attraverso un montaggio che li mostra filtrati dai ricordi di lui. Ognuno di essi è introdotto da una vignetta che precisa il numero del giorno in cui si svolge, rivelandone, attraverso i colori, l’umore del protagonista. Tom richiama alla mente i ricordi di quella storia alla ricerca di qualche indizio, qualche particolare al momento poco considerato che possa fargli capire il perché della sua tragedia sentimentale. Webb, servendosi di mezzi propri della sua esperienza nel mondo dei videoclip e degli spot pubblicitari, mette in mostra tutte le fantasie del ragazzo che quasi mai la dura realtà si offre ad esaudirgli (splendido l’utilizzo dello split screen che mette a confronto le aspettative di Tom per la serata a casa di Sole e l’infelice sviluppo di essa). Nel viaggio tra tutti questi ricordi, contraffatti dall’amore per Sole, ognuno può riconoscere una propria storia, combattuta e tormentata nello scontro tra ragione e sentimento, illusione e realtà: le piacevoli visite ad Ikea, i pic-nic nel parco, i palazzi osservati su dalla panchina di un parco. Momenti quotidiani resi indimenticabili dall’innamoramento si amplificano nel ricordo di una persona che manca ed è impossibile placarli non si ha la possibilità di cambiare i fatti. Lei non c’è più fisicamente, ma nei pensieri continua a ritornare più implacabile di prima. Se Tom è rincretinito ed ossessionato dal pensiero di Sole, la ragione, àncora del mondo reale, trova incarnazione nella saggia Rachel, la sorella più piccola ma più saggia (o forse non ancora aggredita dal virus cupideo): “La prossima volta che pensi a lei, cerca di toglierti quegli occhiali rosa”. Ma Sole lo infonde di quell’insicurezza che lo nutre e lo rovina.
Tutte le esperienze musicali di Webb si ritrovano nella meravigliosa colonna sonora di “(500) giorni insieme” che diviene parte integrante della storia. Galeotta fu, infatti, “There is a light that never goes out” degli Smiths, le cui note zampillavano dall’iPod di Tom quel giorno nell’ascensore con Summer, banale occasione per iniziare a parlare e capire di avere tanto in comune. Così “(500) giorni insieme” diventa un dono gradito per gli appassionati di buona musica: i The Smiths si ricompaiono con “Please, please, please, let me get what I want” (riproposta anche cantata dalla protagonista Zooey Deschanel), i Doves, Simon & Garfunkel, i Belle & Sebastian, Regina Spektor, Carla Bruni Sarkozy con la romantica ed un po’ malinconica “Quequ’un m’a dit”. Webb tuttavia dimostra anche buona conoscenza cinematografica: citazioni, frammenti di cinema d’autore, i protagonisti calati in sequenze esilaranti riprese dai bergmaniani “Il settimo sigillo” e “Persona” o in classici in bianco e nero della Nouvelle Vague, in balletti che sembrano usciti dai musical d’annata, con tanto di uccellino Disney-style.
La fotografia di Eric Steelberg coglie l’idea originale di Webb di mostrare una veste insolita di Los Angeles: una città tranquilla, scrutata dagli occhi di un giovane architetto capace di provare emozioni per i suoi palazzi storici e non per quelli patinati e spesso proposti al cinema dalle produzioni hollywoodiane.
Adorabile la coppia di talentuosi protagonisti, Joseph Gordon-Levitt e Zooey Deschanel, così come Chloe Moretz, spigliata e disinvolta nei panni dell’avveduta e spigliata Rachel. Divertenti Geoffrey Arend e Matthew Gray Gubler come amici un po’ sfigati di Tom.
E’ forte la sensazione di trovarsi di fronte ad un piccolo capolavoro, un’idea di cinema originale ed entusiasmante. “(500) giorni insieme” è una commedia romantica che riesce ad proporre qualcosa di nuovo in un genere cinematografico che sembrava ormai aver detto tutto. Un film leggero e divertente ma che nasconde profonde riflessioni sull’amore, un film pieno di episodi tragicomici che chiunque, almeno una volta nella vita, ha vissuto e che difficilmente avrà dimenticato.

Voto: 84%