sabato 31 ottobre 2009

HALLOWEEN 2009

Halloween 2009Halloween (contrazione di “All Hallows Eve”, “Vigilia di tutti i santi”) è una festa tipicamente americana che negli ultimi anni si sta diffondendo in tutta Europa. Questa festa, però, ha origini del tutto europee: i Celti, abitanti di Inghilterra, Irlanda e Francia, festeggiavano l’inizio del nuovo anno il 1° novembre (per i cristiani coincidente con la festa di Ognissanti), quando avveniva il passaggio dalla stagione calda con quella fredda. Per i Celti, popolazione dedita all’agricoltura, il giorno che corrisponde con Halloween rappresentava una delle celebrazioni più importanti, la cosiddetta “Samhain”. Tale giorno segnava l’inizio della stagione oscura, durante la quale ormai ogni attività terminava. La tradizione moderna di travestirsi durante la notte del 31 ottobre deriva sempre dalla popolazione celtica, solita indossare pelli di animali uccisi per spaventare gli spiriti e così vestiti giravano per i loro villaggi diffondendo la luce con lanterne realizzate con rape intagliate e riempite con i carboni del Fuoco Sacro. I colori tipici di queste celebrazioni, il nero e l’arancio, sono tuttora rimasti ed infatti la zucca, a forma di testa orripilante, prende il posto della rapa, simboleggiando la mietitura e la fine dell’estate, in contrasto con il nero indicante l’arrivo della stagione delle tenebre. Ma i Celti non avevano paura dei propri morti e lasciavano loro del cibo sulla tavola in segno di accoglienza. Da questa antica usanza deriva invece l’usanza tipica dei bambini americani, poco diffusa in Europa, del trick-or-treat (“dolcetto o scherzetto”).
Il cinema horror non poteva non trarre ispirazione dalla festa di Halloween, una notte di terrore facilmente adattabile a trame spaventose. Tra le centinaia di pellicole sul tema, spicca la famosa saga iniziata nle 1978 dal regista John Carpenter, quando uscì nelle sale cinematografiche il film “Halloween, la notte delle streghe”. Protagonista della saga, Michael Myers, un serial killer psicopatico, che durante la notte di Halloween si divertiva ad uccidere persone innocenti. La saga continuò nel 1981 con il film “Halloween II: il signore della morte” di Rick Rosenthal e l’anno successivo con “Halloween III: il signore della notte” di Tommy Lee Wallace, in realtà l’unico capitolo che non trattasse il personaggio di Michael Myers. Il serial killer tornò protagonista nel 1988 con il film di Dwight H. Little, “Halloween IV: il ritorno di Michael Myers”. L’anno successivo arrivò invece nelle sale “Halloween V: la vendetta di Michael Myers” di Dominique Othenin-Girard e solo dopo alcuni anni ricominciò la saga, nel 1995, con “Halloween VI: la maledizione di Michael Myers”, di Joe Chappelle. “Halloween 20 anni dopo”, del 1998, di Steve Miner, offrì la buona interpretazione dell’attrice Jamie Lee Curtis, ritornata sul “luogo del delitto” venti anni dopo il primo episodio nel quale era protagonista. Il film di Miner trovò seguito nel 2002 con “Halloween - La resurrezione”, di Rick Rosenthal. Quando la saga cinematografica di Halloween sembrava essere terminata, il regista Rob Zombie sfornò due nuove pellicole, una sorta di prequel/remake: “Halloween - The Beginning” nel 2008, ed “Halloween II”, nel 2009.
A parte le migliaia di feste di Halloween 2009 che si celebrano di solito nei locali di tutta Italia, ci sono alcuni interessanti eventi da non perdere. A Corinaldo, piccolo borgo della provincia di Ancona, si celebra “La festa delle streghe”, una notte in cui mostri e streghe fanno la loro apparizione nelle strade. Una festa, come recita lo slogan, il cui “ingresso è libero, l’uscita non garantita!”. A conclusione dei giorni di festa viene eletta la fattucchiera più bella nel concorso di “Miss Strega”. A Ravenna è di scena il cinema horror, con il “Ravenna Nightmare Film Festival”, un concorso internazionale che premia le migliori pellicole horror. A Torino si può partecipare ad “Halloween - La notte del terrore: streghe, fantasmi e vampiri”, un tour terrificante suddiviso in 10 tappe in cui si devono stanare streghe, fantasmi e vampiri. Il 31 ottobre si tiene anche la VI edizione del “Trekking Urbano”: 32 città (Ancona, Arezzo, Ascoli Piceno, Bari, Biella, Bologna, Brescia, Chieti, Cosenza, Ferrara, Foggia, Forlì, Genova, Lucca, Macerata, Mantova, Massa, Matera, Palermo, Pavia, Perugia, Pisa, Prato, Ravenna, Salerno, Savona, Siena, Tempio Pausania, Trento, Treviso, Urbino, Viterbo) consentono di scoprire i luoghi più spaventosi e tenebrosi di antichi comuni italiani. L’evento si svolge durante il pomeriggio per i più piccolo e durante la notte per gli adulti. Un modo insolito per trascorrere la vigilia della festa di Ognissanti.


giovedì 29 ottobre 2009

ORPHAN

Recensione OrphanTitolo originale: id.
Nazione: Canada, Germania, Francia, USA
Anno: 2009
Genere: horror
Durata: 2h03m
Regia: Jaume Collet-Serra
Sceneggiatura: David Johnson
Fotografia: Jeff Cutter
Musiche: John Ottman
Cast: Vera Farmiga, Peter Sarsgaard, Isabelle Fuhrman, Jimmy Bennett, Aryana Engineer, CCH Pounder, Margo Martindale, Karel Roden, Rosemary Dunsmore, Lorry Ayers, Jamie Young, Genelle Williams, Brendan Wall, Mustafa Abdelkarim


Trama
Kate, musicista, e John, architetto, subiscono la perdita della loro terza figlia, nata morta. Per superare il dolore, la coppia, malgrado abbiano già due figli, Daniel e Max, una splendida bambina di cinque anni sorda dalla nascita, decidono di adottare un bambino. All’orfanotrofio conoscono Esther, una bambina russa di nove anni, educata e molto intelligente. Esther così si trasferisce nella casa dei Coleman per vivere una nuova vita felice. Ma il verificarsi di alcuni fatti inquietanti getta ombre sulla vera natura della bambina.

Recensione
Jaume Collet-Serra, regista spagnolo capace di rendere dignitoso un film horror come “La maschera di cera” nel quale appare come attrice Paris Hilton, propone in “Orphan” i classici schemi del genere demoniaco. Storie già viste al cinema, con la saga di “Omen” tra le più famose, anche se il suo film ricorda più “L’innocenza del diavolo”. Una premessa che potrebbe far pensare alla solita pellicola dimenticabile in pochi giorni, ma in realtà “Orphan” nonostante la trama tipica offre situazioni ed atmosfere interessanti. La sceneggiatura di David Johnson riesce a concentrare il dramma familiare dovuto ai precedenti problemi di alcool della protagonista che segnano inevitabilmente i rapporti con il marito, colpevole comunque di gravi colpe passate. Collet-Serra racconta in maniera irreprensibile ed elegante le ansie e gli orrori che si snodano all’interno della famiglia che malgrado il benessere economico (una splendida casa frutto del lavoro di architetto del marito) e la felicità donata da due figli. In questo contesto si presente Esther, un elemento perturbatore che polverizzerà i fragili equilibri familiari. I dialoghi riescono a definire a sufficienza le psicologie dei personaggi e pur mostrando qualche lieve contraddizione, “Orphan” riesce tuttavia a penetrare con tensione ed inquietudine nello spettatore. La mdp alterna con gradualità campi lunghi, utili a comprendere il contesto scenico, e primi piani dei personaggi ed i loro punti di osservazione. E’ chiaro che quelli più di tutti interessanti sono quelli che coinvolgono il personaggio di Esther e la sua maligna volontà di entrare e prendere possesso della famiglia. Come un virus informatico che si presenta come qualcosa di piacevole ed interessante, Esther è all’apparenza dolce ed innocente, conquista pian piano la fiducia della famiglia per poi manipolare le debolezze dei personaggi. “Orphan” si regge sulla strepitosa interpretazione della dodicenne Isabelle Fuhrman, terrificante nel suo viso candido e nei suoi vestitini retrò, mossa da uno spirito maligno morboso e deviato. Vera Farmiga riesce con naturalezza ad incarnare il ruolo di madre protettiva, capace di scoprire la vera natura di Esther, sebbene incompresa dal marito (Peter Sarsgaard perfetto nella parte). Pregiata la fotografia di Jeff Curter in simbiosi con l’atmosfera del film. Le location imbiancate dalla neve arricchiscono il senso di inquietudine ed isolamento nel quale sprofonda l’intera famiglia.
“Orphan” è un film che pur offrendo pochi momenti horror ed una trama poco articolata e poco originale riesce a regalare buoni colpi di scena e, in particolare, il finale sorprendente permetterà rileggere mentalmente tutti i passaggi, a prima vista irrazionali, della storia.

Voto: 73%

Trailer “Orphan”


martedì 27 ottobre 2009

CHIUSO IL MUSEO DI PONTECAGNANO - FAIANO (SALERNO)

Museo archeologico nazionale di Pontecagnano - FaianoSolo dopo due anni dalla sua apertura, chiude (a quanto sembra, temporaneamente) il museo archeologico nazionale di Pontecagnano - Faiano (Salerno), “Gli etruschi di frontiera”. Una notizia che la Fp Cgil mal digerisce. Secondo una denuncia della FP CIGL, si tratta di una naturale conseguenza alla lenta agonia nella quale versavano le condizioni del museo. Gravi carenze di sicurezza degli impianti della Soprintendenza per i Beni Archeologici, l’assenza di un soprintendente ai beni storici, artistici, etnoantropologici e di un direttore amministrativo, figure necessarie per valorizzare e promuovere l’immagine di un museo che conserva un patrimonio incredibile di provenienti dal centro villanoviano ed etrusco-campano di Pontecagnano.
La realizzazione del museo, finanziata dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali con il contribuito e la partecipazione della Regione Campania e della amministrazione comunale, rappresentava un’importante testimonianza dell’espansione etrusca nell’Italia meridionale, con migliaia di reperti raccolti nelle zone circostanti, risultato di numerosi scavi effettuati dal 1964. Corredi funerari che testimoniano la presenza dalla prima età del Ferro e dell’età Orientalizzante, quando all’insediamento etrusco-italico si avvicendò la colonia di Picentia.
La speranza, per il bene dell’arte in Campania ed in Italia, è che possa essere risolto ogni problema amministrativo e che il museo torni ad aprire in modo da far conoscere la storia dell’arte antica in Campania che non si limita soltanto agli importanti scavi di Pompei ed Ercolano.


venerdì 23 ottobre 2009

FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL FILM DI ROMA 2009: I VINCITORI

Festival internazionale del cinema di Roma

Una giuria internazionale guidata dal regista Milos Forman ha decretato vincitore del Festival internazionale del cinema di Roma il film “Brotherhood” del regista danese, ma di chiare origini italiane, Nicolo Donato, allievo di Lars von Trier, creatore assieme ad altri registi danesi del movimento cinematografico Dogma 95.
Donato ha presentato una pellicola crudele ed attuale nella quale il senso di fratellanza (traduzione italiana del titolo del film) assume un significato ambiguo e particolare. Lars, il protagonista della storia, un ex-sergente dell’esercito, entra a far parte di un gruppo neonazista dedito a raid punitivi nei confronti di ebrei ed omosessuali. Il destino vuole che Lars venga mandato dal capo dell’organizzazione ad abitare con Jimmy, uno dei veterani del gruppo. Tra i due nascerà una forte passione gettandoli nella stessa condizione delle loro vittime designate. Non si sa quando il film, vincitore anche il premio Farfalla d’Oro assegnato da Agiscuola, approderà nelle sale cinematografiche in quanto privo ancora di un distributore.
Ottima affermazione del film italiano “L’uomo che verrà” di Giorgio Diritti che vince ben tre premi: il premio Marco Aurelio d’Oro del pubblico, il Gran Premio della Giuria Marco Aurelio d’Argento ed il premio “La meglio gioventù” assegnato dal Ministero della Gioventù per il miglior che tratta tematiche giovanili, educativi e civili. Il film di Giorgio Diritti racconta la strage di Marzabotto, un terribile massacro di 770 civili eseguito dalle truppe naziste tra il 29 settembre e il 5 ottobre del 1944 nei confronti degli abitanti di una piccola cittadina a pochi chilometri da Bologna.
Sergio Castellitto vince la sfida con George Clooney e si aggiudica il premio Marco Aurelio d’Argento come miglior interprete maschile. Castellitto, nel film “Alza la testa” di Alessandro Angelini, è Mero, un operario e genitore single, che in seguito alla morte del figlio in un incidente stradale, va alla ricerca del cuore espiantato al figlio, in un viaggio da Ostia a Gorizia.
Miglior attrice è Helen Mirren, interprete della contessa Sofja, moglie di Lev Tolstoj, in “The last Station” di Michael Hoffman.
Seguono tutti i vincitori del Festival di Roma.

Premio Marco Aurelio d’Oro del pubblico
L’uomo che verrà, regia di Giorgio Diritti

Premio Marco Aurelio d’Oro della critica
Broderskab, regia di Nicolo Donato

Gran Premio della Giuria Marco Aurelio d’Argento
L’uomo che verrà, regia di Giorgio Diritti

Premio Marco Aurelio d’Argento alla migliore interprete femminile
Helen Mirren - The last station

Premio Marco Aurelio d’Argento al miglior interprete maschile
Sergio Castellitto - Alza la testa

Premio Alice nella città (8-12 anni)
Last ride, regia di Glendyn Ivin

Premio Alice nella città (13 - 17 anni)
Oorlogswinter - regia di Martin Koolhoven

Premio Marco Aurelio d’Argento al miglior documentario per la Sezione “Laltro cinema | Extra”
Sons of Cuba di Andrew Lang

Menzioni speciali
Fratelli d’Italia, regia di Claudio Giovannesi
Severe Clear, regia di Kristian Fraga

Premio Marco Aurelio d’Oro alla carriera a Meryl Streep

Premio “La meglio gioventù”
L’uomo che verrà di Giorgio Diritti

Premio “Libera Associazione Rappresentanza di Artisti” alla migliore interprete italiana
Anita Kravos - Alza la testa

Premio “ENEL Cuore” al Miglior film sociale della sezione “Laltro cinema | Extra”
H.O.T. - Human Organ Traffic, regia di Roberto Orazi

Premio Farfalla d’Oro (Agiscuola)
Broderskab, regia di Nicolo Donato

Premio al “La Fabbrica dei Progetti” al miglior progetto europeo
No one’s child, regia di Stefan Arsenijevic

Premio IKEA
The Cove, regia di Louie Psihoyos

Premio HAG
Latta e cafè, regia di Riccardo Dalisi


mercoledì 21 ottobre 2009

KATE BECKINSALE E' LA DONNA PIU' SEXY DEL 2009

Kate BackinsaleLa rivista americana Esquire ha eletto l’attrice inglese Kate Backinsale donna più sexy del mondo. Il titolo, vinto negli anni scorsi da splendide attrici come Angelina Jolie, Halle Berry, Scarlett Johansson e Charlize Theron, è stato accolto dall’attrice con estremo stupore, ma con i suoi 36 anni e con una figlia, Lily, avuta nel 1999 dalla relazione con l’attore Michael Sheen, ha sbaragliato la concorrenza di attrici molto più giovani di lei. In questi giorni nelle sale cinematografiche italiane con il thriller “Without”, Kate Backinsale ha finito di girare da tempo assieme a Robert De Niro e Drew Barrymore il film “Everybody’s fine”, remake americano del film “Stanno tutti bene” di Giuseppe Tornatore. Interprete di pellicole di successo come “Pearl Harbour”, “Serendipity - Quando l’amore è magia”, “Van Helsing” e “The aviator”, Kate Backinsale ha regalato il suo fascino sexy al personaggio della vampira nella saga “Underworld”.
Per festeggiare la vittoria, Kate ha girato questo video per la rivista Esquire:


BIANCANEVE NUDA ED UBRIACA A LETTO CON I SETTE NANI

Biancaneve nuda ed ubriacaBiancaneve nuda ed ubriaca a letto con i sette nani sembra una scena impossibile, ma è invece stata l’immagine scelta dall’agenzia pubblicitaria Surry Hills per reclamizzare la Jamieson Raspberry Ale, la nuova birra al lampone della Jamieson Brewery, azienda produttrice americana. Se la fiaba, portata al cinema dalla Walt Disney nel 1937, presentava una ragazza dolce e sensibile, mai si sarebbe pensato ad un’immagine di Biancaneve languida e sexy, ridotta a femmina insaziabile a letto con i sette nani, intenta a fare i cerchi con il fumo della sigaretta. La Walt Disney, infuriata per l’utilizzo non consentito della fiaba e della pessima immagine di Biancaneve, è riuscita a far togliere il link della pubblicità incriminata dal sito dell’azienda produttrice della birra.
Nonostante la probabile azione legale i propri confronti, Jamieson Brewery è riuscita nel suo intento: farsi pubblicità. Il motto “bene o male, purché se ne parli” sembra non tramontare mai, ma forse in questo caso si è giunti al cattivo gusto.


martedì 20 ottobre 2009

EDWARD HOPPER IN MOSTRA A MILANO E A ROMA

Edward HopperEdward Hopper, principale interprete del Realismo americano, è per la prima volta in Italia (a parte una breve apparizione alla Biennale di Venezia del ’52 assieme ad altri pittori americani) in due mostre che uniranno Milano e Roma. Un’antologica che offre al pubblico oltre 160 opere, tra cui celebri capolavori come “Summer Interior” (1909), “Pennsylvania Coal Town” (1947), “Morning Sun” (1952) e “A Woman in the Sun” (1961) e diversi quadri mai esposti.
Carter Foster, curatore del Whitey Museum di New York dal quale provengono la maggior parte delle opere in mostra, con la collaborazione di Carol Troyer e Katy Spurrell, costruiscono un viaggio che raccoglie in maniera esaustiva tutta la produzione di Hopper. Attraverso sette sezioni (autoritratti, la formazione, i suoi viaggi a Parigi, la sua arte incisoria, il passaggio dal disegno alla tela, l’erotismo e, l’essenza dell’artista in funzione del tempo, del luogo e della memoria),
si va dagli anni in cui Hopper si trasferì per i suoi studi a Parigi, fino al periodo “classico” e più noto degli anni ‘30, ‘40 e ’50, per terminare con le grandi e forti immagini dei suoi ultimi anni di vita. Sono presentate tutte le tecniche amate dall’artista: l’olio, l’acquerello e l’incisione, con particolare cura ai disegni che permettono di comprendere la lunga preparazione delle sue opere. A tal proposito, viene dedicata infatti una sezione ai modellini attraverso i quali Hopper studiava l'inquadratura e le sue prospettive manipolate, quasi cinematografiche.
In mostra anche uno dei suoi Artist’s ledger Book, i celebri taccuini che riempiva insieme alla moglie, nei quali si possono osservare gli schizzi di molti dei suoi dipinti a olio. Il visitatore avrà la possibilità, tramite un touch screen, di sfogliarne una riproduzione virtuale.
Nato nel 1882 a Nyack, una piccola cittadina nello Stato di New York, Edward Hopper studiò presso la New York School of Art con i celebri maestri William Merritt Chase e Robert Henri. I periodi trascorsi in Europa, in particolare a Parigi, influenzarono Hopper per sempre, distinguendolo dagli altri pittori suoi contemporanei. Un uomo introverso e malinconico che riversava questi suoi sentimenti nelle sue opere. Pur trovandosi in contesti fervidi e pieni di vita, Hopper preferiva stare in disparte, ad osservarli a distanza. I suoi dipinti dai colori pastello e dalle pennellate tremanti, chiari riferimenti all’Impressionismo, rappresentavano la mesta e malinconica realtà americana: grandi spazi privi di gente, case di periferia attraverso i quali fissava la realtà come un fotografo alterandola sia nella prospettiva che nelle luci, ponendola in uno spazio atemporale. La sua visione della realtà fu molto amata dai registi del cinema noir tanto che Hitchcoch ricostruì il motel di Norman Bates in Psycho ad immagine e somiglianza di “House by the Railroad”.
Edward Hopper è dunque in mostra al Palazzo Reale di Milano dal 14 ottobre 2009 al 31 gennaio 2010 e a Roma, presso il Museo del Corso della Fondazione Roma, dal 16 febbraio al 13 giugno 2010 per poi sostare a Losanna, alla Fondation de l’Hermitage, fino ad ottobre.
Particolare attenzione è data al pubblico più giovane con la possibilità di disegnare su un piccolo taccuino, uguale a quello utilizzato da Hopper, con indicazioni e suggerimenti.

Info (Milano)
Sede: Palazzo Reale - Piazza del Duomo, 12 - Milano
Periodo: 14 ottobre 2009 - 31 gennaio 2010
Orari: 9.00-19.30 (tutti i giorni), 14.30-19.30 (lunedì), 9.30-22.30 (giovedì e sabato)
Ingresso: €9,00 intero - €7,50 ridotto - €19,50 famiglie
Tel: 199202202 - 0455230304 (infos e prenotazioni)
Note: la biglietteria chiude un’ora prima della chiusura della mostra.

Info (Roma)
Sede: Museo Fondazione Roma (Museo del Corso) - Via del Corso 320 - Roma
Periodo: 16 febbraio - 13 giugno 2010
Orari: 10.00-20.00 (tutti i giorni), 10.00-23.00 (venerdì e sabato), chiuso (lunedì).
Ingresso: €9,00 intero - €7,00 ridotto
Tel: 066786209 (infos e prenotazioni)
Note: prezzi ed orari da confermare.


martedì 13 ottobre 2009

TELEMACO SIGNORINI IN MOSTRA A PADOVA

Telemaco Signorini e la pittura in EuropaLa Fondazione Bano e la Fondazione Antonveneta hanno affidato la realizzazione della mostra “Telemaco Signorini e la pittura in Europa”, in programma presso il Palazzo Zabarella di Padova, ad un autorevole Comitato Scientifico composto dai più importanti studiosi della pittura italiana del XIX secolo. Sono in esposizione i capolavori dell’artista toscano, il macchiaiolo italiano più famoso a livello internazionale. Dal titolo infatti si comprende il proposito di evidenziare il carattere internazionale dell’artista. Grazie ad un prestito concesso da importanti musei internazionali (il Museo d’Orsay, l’Hermitage di San Pietroburgo ed altri) la mostra consente di ammirare oltre cento dipinti che relazionano l’attività di Signorini con quella di importanti artisti come Corot, Courbet, Degas, Sisley, Tissot e Toulouse-Lautrec. Un percorso ideale suddiviso in tredici sezioni (“Giovanni Signorini pittore del granduca, e la fortuna delle vedute di Firenze nel collezionismo internazionale”, “Gli amici, l’immagine dell’artista e i moderni apostoli del Realismo”, “La fase sperimentale della “macchia”: i primi studi all’aperto e i rapporti con la Scuola di Barbizon”, “Signorini e il Risorgimento: contrasti della luce nelle reminiscenze della guerra”, “Il confronto con i francesi: pittura di luce e di atmosfera sulle rive dell’Arno e dell’Affrico”, “Nel segno di Courbet e di Degas: L’alzaia e la Sala delle agitate nuovi traguardi del Realismo europeo”, “Figure in un interno tra Stevens e Tissot”, “Nuove riflessioni sul paesaggio”, “La moderna veduta urbana tra Firenze e Edimburgo”, “A Settignano”, “Tra Pietramala e l’Elba”, “A Riomaggiore”, “Ritorno alla figura”) che testimoniano l’arte di Signorini avvicinandola a quella degli altri artisti degli ultimi decenni dell’800.
I temi di Telemaco Signorini non furono soltanto quelli paesaggistici, ma, assieme a Giovanni Fattori, fu uno dei primi artisti italiani che trattarono argomenti sociali sgraditi alla critica. Ne “L’Alzaia”, dipinto di enormi dimensioni, Signorini denunciò lo sfruttamento del lavoro: nel dipinto si nota infatti il forte contrasto tra il dinamismo dei barcaioli intenti nel loro lavoro e la staticità del signore aristocratico sullo sfondo. Il tema delle carceri è invece presente in “Bagno penale a Portoferraio”, dipinto messo a confronto con“La ronda dei carcerati” di Vincent Van Gogh. Si evidenzia il carattere indefinito ed remissivo dei carcerati, posti ai lati della scena, divisa dalla figure nitide ed autoritarie degli uomini distinti. In “La toilette del mattino” l’artista rappresenta il tema della prostituzione attraverso un’attenta descrizione di una mattinata in una celebre casa di piacere in via Lontanmorti. “La sala delle agitate al San Bonifazio in Firenze” mostra l’idea di Signorini delle condizioni degli ospedali psichiatrici, nel caso particolare, femminili. Il termine “agitate” denotava le malate di mente in uno stato di forte eccitazione. La prospettiva obliqua, i contrasti tra le zone chiare e scure, le dimensioni enormi dello stanzone, amplificano il realismo e la tragicità dell’episodio.
La mostra “Telemaco Signorini e la pittura in Europa” è dunque l’occasione per conoscere l’importanza dell’artista fiorentino, unico tra i Macchiaioli a godere, già in vita, di successo internazionale non soltanto per la sua arte, ma per la sua volontà di denotare ad essa un carattere sociale attraverso la denuncia di tematiche scomode che in quel tempo si preferiva nascondere.

Info
Sede: Palazzo Zabarella - Via San Francesco, 27 - Padova
Periodo: 19 settembre 2009- 31 gennaio 2010
Orari: 9.30-19.30 (tutti i giorni), martedì chiuso
Ingresso: €10,00 intero - €8,00 ridotto gruppi 15-30 pax, oltre i 65 anni d’età, soci Touring Club e FAI - €5,00 ridotto studenti dai 6 ai 26 anni, PadovaCard
Tel: 0498753100 (infos) - 199199100 (prenotazioni)
Note: ingresso gratuito ai bambini fino ai 6 anni, ad un accompagnatore per ogni gruppo (15-30pax), 2 insegnanti per classe, accompagnatori di visitatori diversamente abili.


TWO LOVERS

Titolo originale: id.
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: sentimentale
Durata: 1h50m
Regia: James Gray
Sceneggiatura: James Gray, Ric Menello
Fotografia: Joaquin Baca-Asay
Musiche: Gregg Baxter
Cast: Joaquin Phoenix, Vinessa Shaw, Gwyneth Paltrow, Moni Moshonov, Isabella Rossellini, John Ortiz, Julie Budd, Bob Ari, Elias Koteas, David Cale, Nick Gillie, Kathryn Gerhardt, Samantha Ivers, Carmen M. Herlihy, Anne Joyce


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Trama
Leonard ha appena tentato il suicidio. E’ un quarant’enne triste e depresso, a causa di una forte delusione amorosa. Vive a New York, nella casa dei genitori nel quartiere popolare di Brighton Beach. I genitori gli presentano Sandra, la figlia di un amico del padre intenzionato ad acquistare la lavanderia di famiglia, una vendita che risolverebbe i loro problemi economici. Ma Leonard conosce Michelle, una bella ragazza piena di problemi. Leonard accetta in modo passivo la storia con Sandra, ma nel frattempo si invaghisce di Michelle, che però non sembra ricambiarlo anche perché legata sentimentalmente ad un uomo sposato.

Recensione
“Two lovers” è il quarto film di James Gray ed il primo che non abbia come elemento principale il crimine. Questa volta infatti pone l’attenzione sui suoi personaggi, sulle loro crisi e la loro tendenza ad essere dei perdenti. Leonard non sa chi è né cosa vuole. “Two lovers” si apre addirittura con quello che spesso nelle storie ne determina la fine: un suicidio. Leonard, per fortuna, non muore, ma questo episodio non è per lui un momento di rinascita. Rientra semplicemente a casa per continuare la sua vita mediocre. Conosce Sandra, la figlia di un amico del padre, una ragazza semplice e carina. Sandra riesce a vedere in quel perdente qualcosa di interessante ed inizia una storia tra i due, una storia che può rendere felici due persone in fondo sole. All’improvviso, però, nella vita di Leonard piomba Michelle, la sua nuova vicina. Michelle è bionda e piena di problemi: il loro incontro, sul pianerottolo, avviene perché lei sta scappando dalla visita violenta del padre. I problemi di Michelle però sembrano non finire: droga, rapporti sbagliati ed un’attitudine sbagliata alla vita. I problemi di Michelle e la sua bellezza diventano per Leonard qualcosa da cui non riesce a staccarsi. Riuscendo a vederla dalla finestra diventa un oggetto di desiderio. Così vicina, eppure così lontana. Perché Michelle vede in Leonard un amico, un fratello nel quale trovare protezione dai suoi problemi. Anche se è chiaro che la storia con Michelle non ha futuro, Leonard vuole ostinatamente sperarci, illudendosi e tenendo all’oscuro quel sentimento. Il suo desiderio poi sarebbe osteggiato dalla sua famiglia (elemento sempre presente nei film di Gray), perché intenzionati a vedere il figlio con la dolce Sandra (una discreta Vinessa Shaw), sia per la felicità del figlio che per interessi personali, dato che il consuocero potrebbe risolvere i loro problemi familiari.
“Two lovers” è dunque la storia, tratta dal racconto di Dostoevskij “Le notti Bianche”, già portato al cinema da Luchino Visconti, di due possibili amanti: Sandra, che comprende problemi di Leonard e si vuole prendere cura di lui, e Michelle, che di problemi è piena e non vuole nient’altro da Leonard che un po’ di aiuto. Un triangolo che nella sua normalità e nella sua banalità lancia qualcosa di interessante e di intrigante. Leonard è un asociale e un perdente, ma quando esce con Michelle, la sua esistenza sembra prendere colore.
La prestazione di Joaquin Phoenix è un trionfo. Malinconico e afflitto, riesce a donare spessore con autenticità ad un personaggio che aveva ben poco di interessante per la sua normalità autentica e reale. Gwyneth Paltrow non offre un’interpretazione da ricordare, ma la sua fisicità è perfetta per il personaggio di Michelle: bella e pericolosa, glamour e incasinata. Ottima la prova di Isabella Rossellini nei panni della madre di Leonard, intenzionata a mantenere le tradizioni della famiglia, sposando il figlio con una ragazza tranquilla.
La città di New York è rappresentata in simbiosi con la storia: grigia e triste, perennemente plumbea. Ottima allo scopo la fotografia di Joaquín Baca-Asay.
“Two lovers”, nonostante una trama lineare e ordinaria, offre una storia di inquietudini, indecisioni ed amori sfuggenti che, nella loro normalità, coinvolgono lo spettatore.

Voto: 70%


domenica 11 ottobre 2009

LE MIE GROSSE GRASSE VACANZE GRECHE

Titolo originale: My life in ruins
Nazione: Spagna, USA
Anno: 2009
Genere: commedia
Durata: 1h35m
Regia: Donald Petrie
Sceneggiatura: Mike Reiss
Fotografia: José Luis Alcaine
Musiche: David Newman
Cast: Nia Vardalos, Richard Dreyfuss, Alexis Georgoulis, Harland Williams, Alistair McGowan, Rachel Dratch, Sophie Stuckey, Caroline Goodall, Ian Ogilvy, María Adanez, Maria Botto, Jareb Dauplaise, Rita Wilson, Brian Palermo, Ian Gomez, Takis Papamattheou


Trama
Georgia è una guida turistica americana di origini greche, single ed insoddisfatta della sua vita, che si è appena trasferita ad Atene in attesa di coronare il suo sogno di insegnare storia antica all’università, infranto a causa dei tagli conseguenti la crisi economica globale. Per sbarcare il lunario lavora in una squallida agenzia turistica, accompagnando i turisti nel Peloponneso tra le antiche rovine greche. Il suo amore per l’antica Grecia e la voglia di raccontarla si scontra con i modi rozzi dei membri del suo gruppo turistico: una coppia americana convinta che tutto abbia un prezzo; un ragazzo grassoccio e un po’ stupido, per la prima volta in viaggio in Grecia; una famiglia inglese composta da una donna odiosa, il marito ottuso e la figlia affetta da cronica tristezza; un single americano perennemente incollato al suo cellulare; due spagnole appena divorziate; una giovane coppia di australiani con lattine di birra al seguito; un americano troppo spiritoso; una coppia malridotta di anziani. Georgia non dovrà sobbarcarsi soltanto questo gruppo tremendo, perché dovrà sopportare anche Poupi, l’autista del pullman rozzo e sciatto.

Recensione
E’ subito inevitabile una considerazione negativa sul titolo. “Le mie grosse grasse vacanze greche” non è che la vergognosa tipica traduzione scelta dai truffaldini distributori italiani per questioni commerciali, con il becero scopo di legare questa pellicola al precedente successo dell’attrice protagonista Nia Vardalos, “Il mio grosso grasso matrimonio greco”. Questo film non è affatto il seguito e non ha nulla in comune se non il produttore, Tom Hanks, e l’attrice protagonista che per di più non è neanche più grassa, tanto da essere appellata come “secca” durante il film. Nella versione originale il film si chiama “My life in ruins”, un titolo perfetto, perché gioca sul doppio significato “La mia vita tra le rovine” e “La mia vita in rovina” riferendosi al lavoro tra le rovine dell’antica Grecia e la vita personale della protagonista, Georgia, priva di uomo che la ami e di amicizie con cui passare il suo tempo libero. La passione di Georgia per la storia, castrata dall’impossibilità di insegnarla all’università a causa della crisi del mondo del lavoro che ha coinvolto anche l’America, si scontra con la rozzezza e l’ignoranza dei turisti del suo gruppo. E’ vero, si tratta di banalissimi cliché, ma non è difficile individuare qualche elemento che chiunque ha potuto incontrare durante le proprie vacanze (culturali): gli australiani innamorati dell’alcool, in particolare della loro birra nazionale, la Foster’s; gli americani zotici e maleducati, convinti che ogni cosa abbia un prezzo e poterla acquistare con i loro dollari (peraltro ormai indietro, per valore, all’euro); le famiglie in crisi, vittime di egoismo ed incomprensioni; le fresche divorziate che odiano gli uomini ma pronte a farsi portare a letto; la coppia di anziani prossima alla sepoltura con tanto di vecchietta cleptomane. I turisti del gruppo sono del tutto credibili: invece di assaggiare souvlaki e moussaka, piatti tipici della Grecia, preferiscono l’Hard Rock Cafe (lo stesso che accade, ad esempio, a Roma: il locale americano in via Veneto sempre affollato di americani e le trattorie tipiche romane con qualche sparuta presenza di vacanzieri d’oltreoceano); invece di ammirare i resti dell’antica Grecia, preferiscono andare in giro alla ricerca di souvenir, oggetti di pessima qualità per i quali spendono gran parte del budget della vacanza. Non il piacere di gustarsi il “presente”, ma la smania di acquistare i classici ricordini che possano far rammentare il “passato”. Tutti con le loro macchine fotografiche, non per immortalare l’arte e l’architettura, ma per testimoniare agli amici la loro finta cultura e passione per l’arte. E’ chiaro che si approccia ad un film simile non certo si aspetta maestria registica e trama avvincente, ma qui c’è ben poco da salvare. “Le mie grosse grasse vacanze greche” è una commedia segnata da una sceneggiatura banale e prevedibile che offre un catalogo di situazioni comiche già viste con una storiella d’amore penosa e melensa, del tutto improbabile. I momenti in cui si ride sono davvero pochi e le situazioni fantozziane del gruppo (l’ascensore, i battibecchi con i venditori di souvenir, i problemi del fatiscente autobus, la t-shirt) sono scontate. Alcuni personaggi che potevano essere interessanti non vengono approfonditi, lasciando che quelli più banali condiscano la storia con le loro scemenze. La regia di Daniel Petrie, autore di commedie più o meno banali e di quel “Mystic Pizza” che fece conoscere al grande pubblico Julia Roberts, rendendo terribile un film che almeno per le location e l’ambientazione aveva un buon potenziale. Non riesce né a divertire né a colpire i cuori romantici frenando i personaggi nei loro stereotipi.
Nel pessimo cast si salva soltanto l’istrionico Richard Dreyfuss che sarà la guida “spirituale” di Georgia e cercherà in tutti modi di farle trovare il suo “kefi”, termine greco che indica lo spirito e la passione. Nia Vardalos non delude più di tanto, il suo personaggio non aveva molto da offrire, ma continuando a puntare sulle sue origini greche rischia di rimanere ingabbiata in questo tipo di personaggio. Rimandato dunque ogni giudizio sulle capacità dell’attrice ai suoi prossimi film. Altra grave pecca di Petrie è di non rendere la Grecia assoluta protagonista di un film dal titolo “Le mie grosse grasse vacanze greche”. Malgrado alcune splendide panoramiche degli incantevoli siti archeologici: Delfi, l’Acropoli (che ritorna sul grande schermo dopo 30 anni) e Olimpia sono una splendida cornice ed offrono, pur rimanendo soltanto cornici, i momenti migliori del film. Lascia interdetti una breve immagine dei mulini tipici delle Cicladi, messi lì per caso e senza alcun senso. Assurdo poi come David Newman, esperto compositore di musiche per il cinema, abbia privato il film del suo contributo e che dunque la colonna sonora sia limitata a qualche canzoncina grecha (immancabile il sirtaki di Mikis Theodorakis, presente nel film “Zorba il greco” che il proprietario dell’albergo sta guardando in tv).
“Le mie grosse grasse vacanze greche” è, in breve una commedia mediocre che può soddisfare solo in caso si sia alla ricerca di una serata distesa e conciliante (con il sonno, per alcuni). Un’occasione sprecata per esibire al mondo il fascino ed la meraviglia che avvolge la patria di Zeus. Se il film è sponsorizzato dall’Ente nazionale ellenico per il turismo, sarebbe stato più opportuno optare per “Mamma Mia!”, nel quale, al contrario del film di Petrie, la sua bellezza mette in secondo piano l’intera storia.

Voto: 52%


sabato 10 ottobre 2009

BASTA CHE FUNZIONI

Titolo originale: Whatever works
Nazione: Francia, USA
Anno: 2009
Genere: commedia
Durata: 1h32m
Regia: Woody Allen
Sceneggiatura: Woody Allen
Fotografia: Harris Savides
Musiche: Gary Alper
Cast: Larry David, Evan Rachel Wood, Patricia Clarkson, Henry Cavill, Conleth Hill, Carolyn McCormick, Ed Begley Jr., Michael McKean, Adam Brooks, Lyle Kanouse, Olek Krupa, John Gallagher Jr., Christopher Evan Welch


Trama
Boris Yellnikoff, fisico, a suo dire, di fama mondiale con una mancata nomination al premio Nobel, dopo un fallito tentativo di suicidio, in seguito al quale la moglie lo ha lasciato, vive solo in perenne contrasto con il mondo. Trascorre le sue giornate tra filosofiche conversazioni con i suoi amici intellettuali e lezioni di scacchi che impartisce a ragazzini che considera zombie senza cervello. Un giorno però la sua routine quotidiana viene interrotta dall’incontro con Melodie, una ragazza del Mississippi fuggita di casa. Carina ma lontana dal suo livello intellettivo, Melodie riesce ad ottenere ospitalità da Boris per i giorni necessari a trovare un lavoro ed una sistemazione. Quei pochi giorni diventano una convivenza ed, più avanti, un matrimonio. Pur trovandosi con una compagna, la vita di Boris rientra nei binari della quotidianità fino a quando irrompe in casa Marietta, madre bigotta di Melody.

Recensione
Dopo quattro anni “europei” ed altrettanti film, Woody Allen ritorna a casa nella sua Manhattan sfornando un film che appartiene al suo cinema più classico. “Basta che funzioni” è la storia semplice di un uomo ormai avanti con l’età, scontroso, irritabile, arrogante, autoritario, superbo, misantropo, affetto da ricorrenti attacchi di panico, e Melody, una tenera ragazza di provincia, una miss un po’ stupidotta, che in breve tempo viene conquistata dai discorsi e dalle idee di Boris, tanto da innamorarsene. La storia di Boris è “Basta che funzioni, basta non fare del male a nessuno”. Boris ha un idea molto pessimista del genere umano, incapace di essere buono ed intelligente, tanto che “hanno dovuto installare toilette automatiche nei bagni pubblici perché non c’era da fidarsi che la gente tirasse la catena”. Boris è convincente (infatti non è raro vedere nei bagli pubblici e in quelli degli uffici, il giallo dei resti dei “resti liquidi” umani), espone considerazioni valide, ma queste lo allontanano dal mondo e dalla gente. La sua anima misantropa lo rendono un uomo solo, incapace di relazionarsi. Non riesce ad abbandonare questa sua condizione nei confronti del mondo che lo costringe a voltare le spalle agli altri e lo priva del coraggio di vivere la propria vita, sicuramente complicata ed ostile, ma da vivere pienamente. Non è difficile vedere in Boris il perfetto alter ego di Woody Allen e l’interpretazione di Larry David ricorda in grossa parte quelle passate del regista newyorkese, pur mostrando un’arroganza ed un’aggressività sconosciute ad Allen. I monologhi sono eccezionali, spesso rivolti in maniera diretta al pubblico (troppo artificioso ed innaturale, forse un eccessivo richiamo ad un spettacolo tipicamente teatrale).
Come scrittore e regista, Allen, nel suo totale ateismo, indirizza la storia (irrilevante come quasi sempre accade nei suoi film) in base ad elementi dettati dal destino. Ma il destino non ha nulla di divino, perché basato sostanzialmente sulla fortuna. Non si tratta del fato determinato da un’entità superiore e divina a sé stante, in grado di decidere, in base a favori ed antipatie, la sorte degli uomini. E’ piuttosto una serie episodi causali per la quale si possono verificare infinite strade diverse. Tali casualità non vogliono, di norma, né avvantaggiarci né nuocerci, perché da nessuno manipolate. Anche se bisogna ammettere che in “Basta che funzioni” tutti gli eventi portano ad una felicità sulla quale in passato Allen non aveva mai dato risalto.
Nel cast di “Basta che funzioni” trovano posto, oltre al protagonista Larry David, Evan Rachel Wood, carina e spogliata dei panni di ragazzina ribelle che l’avevano contraddistinta alcune sue precedenti pellicole. La giovane attrice offre una discreta interpretazione, pur non ai livelli delle interpreti femminili delle precedenti pellicole di Allen. Deliziosa Patricia Clarkson in un ruolo che la vede passare da bigotta moglie di provincia a raffinata e sessualmente ambigua single newyorkese.
Bella la fotografia di Harris Savides, che offre la vista di una New York stravagante, favorita dalle location scelte da Allen, perfetto conoscitore della città americana. La colonna sonora offre invece il giusto tocco d’annata alla pellicola.
“Basta che funzioni” non è un film memorabile ma rimane un film molto divertente, sarcastico, pieno di ottimi dialoghi e considerazioni sull’uomo e sulla vita. Insomma, un film di Woody Allen non eccezionale, ma basta che funzioni. E sicuramente funziona.

Voto: 74%


CHECCO ZALONE SHOW SU CANALE 5

Checco Zalone Show su Canale 5Dopo gli speciali di Zelig che hanno visto Enrico Brignano ed Ale e Franz, arriva il momento di un altro protagonista delle ultime stagioni del famoso show televisivo. Registrato il 24 e 25 settembre al teatro Ariston di Sanremo, domenica 11 ottobre andrà in onda su Canale 5 alle 21:30 “Checco Zalone Show”, spettacolo del cabarettista, famoso per il suo personaggio di cantante neomelodico napoletano.
Checco Zalone, al secolo Luca Medici, nasce a Bari nel 1977 e vive a Carpuso. Ottenuta la laurea in in giurisprudenza, non esercita mai l’attività forense preferendo la musica ed il mondo dello spettacolo. Dopo una gavetta nel laboratorio Zelig di Bari, arriva in tv sul palco di Zelig OFF (spin-off della celeberrima trasmissione tv Zelig), per poi approdare in prima serata al Zelig Circus. Ottimo musicista, oltre che comico divertente, Checco Zalone è conosciuto soprattutto per il suo personaggio di cantante neomelodico, parodia del cantante napoletano dalla voce gutturale che si arrangia cantando nei ristoranti durante le feste, battesimi, comunioni e matrimoni. Ogni canzone diventa per Checco Zalone un’occasione per creare una parodia. Famose sono quelle di “Non ti scordar mai di me” di Giusy Ferrero e “A te” di Jovanotti.
Nel 2006 pubblica il libro + CD “Se non avrei fatto il cantande”, un misto di musica e straordinaria comicità. Nello stesso anno esce anche il singolo “Siamo una squadra fortissimi”, un successo incredibile tanto da diventare disco di platino e la suoneria più scaricata nel 2006.
Dopo lo scandalo calciopoli, Checco Zalone pubblica nel 2006 il brano “I juventini”, satira sui tifosi della Juventus, presentata prima da Piero Chiambretti (tifoso del Torino) a “Markette” e poi da Paolo Bonolis (interista) a “Il senso della vita”.
Domenica 11 ottobre su Canale 5 è dunque di scena “Checco Zalone Show” nel quale il comico-cantante propone uno spettacolo con ospiti come la cantante Arisa, vincitrice al Festival di Sanremo 2009, nella sezione Nuove Proposte, con il brano “Sincerità” e gli Zero Assoluto. Una serata di comicità dunque condita da duetti musicali spassosi, ed un singolare duetto con Marco Materazzi, difensore dell’Inter. Nel video che segue, la famosa parodia di Checco Zalone della canzone “Non ti scordar mai di me” di Giusy Ferreri.


venerdì 9 ottobre 2009

CHAGALL E IL MEDITERRANEO IN MOSTRA A PISA

Chagall e il MediterraneoPalazzo Blu, nel cuore di Pisa, sul Lungo a Pisa ospita la mostra “Chagall e il Mediterraneo”, 150 opere provenienti da importanti musei internazionali (il Musée national Marc Chagall di Nizza, il Centre Pompidou di Parigi e il Musée Matisse di Le Cateau-Cambrésis) e da collezioni private e dagli eredi, per ricostruire il lungo periodo dell’artista russo segnato da dolorosi esili conseguenti alla sua fede ebraica. Dipinti, sculture, arazzi, ceramiche, gouaches, collage e litografie che raccontano uno Chagall inedito attraverso il suo rapporto con la luce, i colori e il paesaggio del Mediterraneo.
La mostra “Chagall e il Mediterraneo”, curata da Meret Meyer, nipote del pittore, e da Claudia Beltramo Ceppi e realizzata da Giunti Arte mostre e musei con la Fondazione Cassa di Risparmio e il Comune di Pisa, si suddivide in cinque sezioni per narrare alcuni temi comuni dell’attività artistica di Chagall. Nella prima sezione, “La Costa Azzurra” vengono esaminate le scelte artistiche per rappresentare l’aria e la luce mediante una serie di grandi disegni in bianco e nero e numerose tempere testi . “La musica”, “Gli amanti a St. Paul” e “Il Circo in rosso” sono alcune delle celebri opere presenti in questa sezione. La seconda sezione, “La Grecia”, presenta la serie completa delle 42 tavole ed alcune gouache di Dafni e Cloe, testimonianza delle emozioni provate da Chagall di fronte alla scoperta della civiltà classica del Mediterraneo. Nella terza, “La Bibbia”, sono presenti alcuni quadri di carattere biblico come “Il Muro del pianto”, “Il panorama di Gerusalemme, “La veduta della sinagoga di Vilnius”, alcune grandi opere del Cristo crocifisso e la serie di tavole per “La Bible di Tériade”. La quarta sezione è dedicata alla scultura di Chagall, il suo lavoro di ceramica di interpretazione dell’arte classica nato sui bordi del Mediterraneo. Una decina di ceramiche, con le corrispondenti gouache, e alcune sculture testimoniano dunque la veste di scultore di Chagal. Nell’ultima sezione sono presentati i collage dell’artista, le opere probabilmente meno conosciute, realizzati utilizzando materiali diversi, come pizzi, stoffe, parti di dipinti e di disegni.
Il catalogo ufficiale della mostra “Chagall e il Mediterraneo”, edito da Giunti, è curato da Gioia Mori e Tamara Karandasheva con i testi di Vivianne Tarenne, Sylvie Forestier, Gaston Bachelard, Meyer Shapiro.

Info
Sede: Palazzo Blu - Lungarno Gambacorti, 9 - Pisa
Periodo: 7 ottobre 2009 - 17 gennaio 2010
Orari: 10.30-19.00 (tutti i giorni), lunedì chiuso
Ingresso: € 8,00 intero - € 6,50 ridotto - €6,00 ridotto convenzioni
Tel: 199285141 - 050500197 (infos e prenotazioni)


DADA E SURREALISMO IN MOSTRA A ROMA

Dada e Surrealismo riscopertiIl Complesso del Vittoriano di Roma offre i suoi spazi dal 9 ottobre 2009 al 7 febbraio alla mostra “Dada e Surrealismo riscoperti”, la mostra più completa finora mai realizzata su Dada e Surrealismo. Sono infatti in esposizione 500 opere tra disegni, oli, readymade, sculture, collage, ed assemblaggi per ripercorrere la storia di questi due movimenti artistici che, tra le avanguardie del ‘900, furono caratterizzate dal forte carattere eversivo e rivoluzionario e che influenzarono l’arte dell’inizio del secolo scorso.
Importanti prestiti da musei e collezioni private (The Israel Museum di Gerusalemme, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma, il Philadelphia Museum of Art di Philadelphia, il Centre Pompidou di Parigi, la Fondation Arp di Clamart) hanno consentito di realizzare una raccolta di opere minuziosa ed esauriente. “Dada e Surrealismo riscoperti” è una mostra che non si limita, come finora avvenuto, ai protagonisti più influenti, ma vuole offrire una panoramica completa di tutti gli artisti che vi militarono. Non una semplice appartenenza, ma una piena partecipazione alle idee ed alla filosofia di vita proposte.
Dada e il Surrealismo furono infatti gli unici movimenti dell’avanguardia che non si limitarono ad una rivoluzione artistica, ma proposero nuove idee, spesso in contrasto con il contesto sociale del tempo e cercarono di promuovere una nuova figura di artista che non fosse rinchiuso nel suo ruolo di vittima di operaio dell’arte, in un momento storico nel quale il consumismo stava prendendo piede nella società.
Dada, conosciuto anche con il nome di Dadaismo, fu un movimento artistico nato in Svizzera, a Zurigo, nel 1916. Le sue origini si individuano con la fondazione del caffè letterario Cabaret Voltaire, in un periodo in cui in città abbondano rivoluzionari, rifugiati politici, disertori, critici e artisti di diversa provenienza. Alcuni sono tedeschi, come il pittore e scultore Hans Arp, altri rumeni, come il poeta e scrittore Tristan Tzara o il pittore ed architetto Marcel Janco. Pur essendo tra le avanguardie il movimento con vita più breve, Dada fu comunque capace di scardinare attraverso la provocazione regole e valori tradizionali preparando il terreno movimenti posteriori, come il Surrealismo. I principi fondamentali del Dadaismo furono: l’importanza del gioco, come combinazione casuale, di parole e oggetti, prediligendo il nonsense, avversando così gran parte dell’attività artistica subordinata a regole ed al concetto di bellezza eterna; il disprezzo dell’arte come merce, vittima della società capitalista
Il Surrealismo nacque invece intorno agli anni ‘20 a Parigi, quando il poeta André Breton cercò di contenere la vitalità distruttiva del dadaismo. Fu un movimento ideologico prima ancora che artistico, intendendo l’arte come mezzo per esprimere il funzionamento reale dei pensiero. Fortemente influenzato dai libri sull’interpretazione dei sogni di Freud, Breton capì come all’interno della società il sogno, e l’inconscio, trovassero poco spazio e dunque l’arte doveva avere questi elementi come motivi basilari. La coscienza non doveva influire nella realizzazione dell’opera d’arte, libera dunque da canoni estetici e chiave per andare oltre la realtà (“surrealtà”) giungendo all’onirico. Le opere surrealiste erano dunque caratterizzate da immagini reali che presentavano però elementi privi di logicità.
Curata dallo storico dell’arte, poeta e e filosofo Arturo Schwarz, la mostra “Dada e Surrealismo riscoperti” si apre con un dovuto omaggio agli artisti che aprirono la strada alla nascita ed alla diffusione di queste due movimenti: tra i tanti, Chagall, De Chirico, Duchamp, Kandinskij, Klee e Munch. Nelle prime sale sono esposte le opere dei protagonisti del movimento Dada. Tra i dadaisti stati scelti quelli che hanno partecipato alla prima collettiva dadaista “Erste Internationale Dada-Messe” (“Prima fiera internazionale Dada”) inaugurata il 5 giugno 1920 presso la Galleria Otto Burchard di Berlino. Il percorso continua con le opere degli artisti che parteciparono ad almeno una delle sei principali mostre collettive surrealiste organizzate da André Breton. Dalla prima alla Galerie Pierre di Parigi il 14 novembre 1925 fino all’ultima collettiva surrealista, “L’Écart absolu”, presso la Galerie L’Oil di Parigi nel dicembre 1965. Tra i tanti artisti le cui opere sono in mostra si evidenziano Jean Arp, Giorgio De Chirico, Joan Miró, Pablo Picasso, Salvador Dalì, Marcel Duchamp, Max Ernst, Alberto Giacometti, Paul Klee, René Magritte.
La mostra “Dada e Surrealismo riscoperti” nasce sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica ed è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali con la collaborazione di numerose istituzioni tra le quali il Comune di Roma.

Info
Sede: Complesso del Vittoriano, Via di San Pietro In Carcere, Roma
Periodo: 9 ottobre 2009 - 7 febbraio 2010
Orari: 9.30-19.30 (tutti i giorni), 9.30-23.30 (venerdì - sabato), 9.30-20.30 (domenica)
Ingresso: €10,00 intero - €7,50 ridotto
Tel: 066780664 - 066780363 (infos)


IL CILINDRO DI CIRO: E' SCONTRO TRA LONDRA E TEHERAN

Il Cilindro di CiroIl “Cilindro di Ciro”, un blocco d’argilla di forma cilindrica risalente al VI secolo a.C., con iscrizioni in accadico cuneiforme, sta diventando un pomo della discordia tra Gran Bretagna ed Iran. Il British Museum, il più importante museo britannico, ha infatti rifiutato il prestito dell’importante reperto storico. Scoperto nel 1878 dall’archeologo Hormuz Rassam durante gli scavi del tempio di Marduk a Babilonia, “Cilindro di Ciro” è universalmente considerato come la prima carta dei diritti umani della storia, anticipando di oltre 1000 anni la Magna Charta. Secondo i responsabili del museo nazionale dell’Iran, che hanno intenzione di cessare ogni rapporto con il British Museum, tale rifiuto è da imputare alla crisi politica in corso nella Repubblica Islamica dopo le recenti elezioni presidenziali. Non è il primo caso di discordia tra musei. E’ recente infatti il caso scoppiato tra Egitto e Francia.
Le autorità egiziane hanno chiesto ai dirigenti del Louvre di restituire cinque stele appartenenti ad una tomba della Valle dei Re. Le stele, acquistate dal museo francese negli anni ‘80 secondo Zahi Hawass, responsabile del consiglio nazionale egiziano per le antichità, sarebbero state acquistate dai francesi pur sapendo che erano frutto di un furto. I dirigenti del Louvre sono comunque disposti alla restituzione degli oggetti, ma per l’ufficialità è necessario attendere il consenso del ministero della Cultura francese.


mercoledì 7 ottobre 2009

DA REMBRANDT A GAUGUIN A PICASSO. L’INCANTO DELLA PITTURA

Da Rembrandt a Gaugin a Picasso. L'incanto della pittura Constable, Corot, Degas, Gainsborough, Gauguin, Matisse, Picasso, Rembrandt, Renoir, Tiepolo, Tintoretto, Velasquez e tanti altri tra i più grandi artisti europei tra il ‘500 ed il ‘900 sono in mostra nel centro storico di Rimini presso il Castel Sismondo (Rocca Malatestiana) dal 10 ottobre 2009 al 14 marzo 2010. “Da Rembrandt a Gauguin a Picasso. L’incanto della pittura” è una mostra di pittura unica ed imperdibile perché leopere esposte fanno parte di un prestito eccezionale concesso da uno tra i maggiori musei del mondo, il Museum of Fine Arts di Boston. Una circostanza che quasi sicuramente non si verificherà più, possibile soltanto perché il museo ha in programma una chiusura parziale delle sale per la realizzazione di una nuova ala progettata dall’architetto britannico Norman Foster, e, quasi sicuramente, dopo l’inaugurazione dell’ottobre 2010 difficilmente si assisterà ad un prestito così importante. Rimini è dunque destinata ad essere un luogo essenziale per chi, non avendo la possibilità di andare negli Stati Uniti, vorrà ammirare capolavori dell’arte del Vecchio Continente ormai di esclusiva proprietà americana.
La mostra “Da Rembrandt a Gauguin a Picasso. L’incanto della pittura”, curata da Malcom Rogers, direttore del Museum of Fine Arts di Boston, George T.M. Shackelford e Marco Goldin, è suddivisa in sei sezioni secondo opportuni accorgimenti che intendono accostare le opere da un punto di vista stilistico e storico. I ritratti di Tintoretto e Degas, del quale si può ammirare il celebre ritratto di Edmondo e Thérèse Morbilli (1865); le nuove idee paesaggistiche di Constable e di Corot; le nature morte di Fantin-Latour, Braque e Matisse; gli sguardi intensi catturati da Van Dyck e Gainsborough; l’amore filiale rappresentato da artisti del calibro di Bouguereau e Renoir; grandi capolavori di Velasquez, Rembrandt, Picasso; splendida la serie di sette opere di Monet, quasi una personale all’interno della mostra; gli immaginari interni De Hooch, De Witte e Saenredam; l’immenso segmento impressionista, con Cézanne, Gauguin, Manet, Pissarro, Sisley, Van Gogh e tanti altri importanti artisti.
La mostra “Da Rembrandt a Gauguin a Picasso. L’incanto della pittura” è promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Rimini e da Linea d’ombra Libri, con il fondamentale contributo del Gruppo Euromobil. Il catalogo della mostra è a cura di Marco Goldin, edito da Linea d’ombra Libri.

Info
Sede: Castel Sismondo - Piazza Malatesta - Rimini
Periodo: 6 ottobre 2009 - 7 febbraio 2010
Orari: 9.00-19.00 (tutti i giorni), 9.00-20.00 (venerdì e sabato), 11.00-19.00 (1 gennaio 2010) 24, 25, 31 dicembre 2009 chiuso
Ingresso: €10,00 intero - €8,00 ridotto - €6,00 ridotto scuole
Tel: 0422429999 (infos e prenotazioni)


martedì 6 ottobre 2009

MOSTRA "MICHELANGELO ARCHITETTO A ROMA"

Michelangelo architetto a RomaMichelangelo Buonarroti, tra i maggiori esponenti del Rinascimento italiano, lasciò la sua impronta indelebile nella città di Roma. Si occupò di opere eccezionali quali la Basilica di San Pietro, la piazza del Campidoglio, Porta Pia, il Palazzo Farnese, la Chiesa di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, la Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini e la Cappella Sforza. La mostra “Michelangelo architetto a Roma” intende mostrare al pubblico il genio artistico di un’artista che si divise tra le due città d’arte di Roma e di Firenze. Attraverso 105 opere, tra disegni autografati, modelli, ritratti, antiche stampe, volumi e documenti originali viene descritta la storia e l’attività di Michelangelo durante i due periodi di permanenza a Roma, dal 1505 al 1516 e dal 1534 al 1564, anno della sua morte.
Suddivisa in 17 sezioni disposte in ordine cronologico, la mostra “Michelangelo architetto a Roma” inizia dai burrascosi rapporti di Michelangelo con il Papa Giulio II della Rovere, che gli commissionò un monumento sepolcrale che lo impegnò fino alla sua morte, continuando per l’amore di Michelangelo per l’arte classica, testimoniata dal Codice Coner fogli di studio dall’antico, noti come copie dal cosiddetto Codice Coner, una raccolta di schizzi con misure accurate di rilievi di antiche architetture romane. Si passa in seguito alle grandi committenze di Paolo III Farnese: le modifiche di Piazza del Campidoglio, le rifiniture di Palazzo Farnese, l’incarico di architetto della Fabbrica di San Pietro, ente tuttora esistente per la gestione del complesso vaticano. La sezione contenente i progetti per la chiesa di San Giovanni dei Fiorentini e per Porta Pia testimonia una delle parti più importanti della progettazione architettonica di Michelangelo a Roma. Il percorso espositivo si conclude con le esperienze estreme, in termini cronologici ma soprattutto di innovazione compositiva, della Cappella Sforza della Madonna dell’Assunta situata nella navata sinistra della basilica di Santa Maria Maggiore, della modifiche apportate alle terme di Diocleziano nello spazio di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri.
Per il pubblico, oltre alla visita alla mostra, sono previste durante i week-end e le festività natalizie una serie di visite guidate ai luoghi michelangioleschi.
La realizzazione della mostra “Michelangelo architetto a Roma” è stata possibile grazie all’archivio presso la Fondazione Casa Buonarroti di Firenze, che conserva il maggior numero al mondo di progetti architettonici realizzati da Michelangelo. Curata da Mauro Mussolin e Pina Ragionieri, la mostra “Michelangelo architetto a Roma” è organizzata dall’Associazione Culturale Metamorfosi, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Comune di Roma, Assessorato alle Politiche Culturali e della Comunicazione, Commissione Cultura, Sovraintendenza ai Beni Culturali, dalla Regione Lazio, dalla Provincia di Roma, con i servizi museali di Zètema Progetto Cultura e con la collaborazione delle Banche Tesoriere del Comune di Roma, della Fondazione Guglielmo Giordano e della Fondazione Lars Magnus Ericsson.

Info
Sede: Musei Capitolini - Palazzo dei Caffarelli - Piazza del Campidoglio, 1 - Roma
Periodo: 6 ottobre 2009 - 7 febbraio 2010
Orari: 9.00-20.00 (tutti i giorni), lunedì chiuso
Ingresso: €6,00 intero - €4,00 ridotto
Tel: 060608 (infos e prenotazioni)
Note: la biglietteria chiude un’ora prima. I prezzi indicati sono relativi solo all’ingresso della mostra. Il biglietto integrato museo + mostra costa € 9.00 (€ 7.00 ridotto).


sabato 3 ottobre 2009

BASTARDI SENZA GLORIA

Titolo originale: Inglourious Basterds
Nazione: USA
Anno: 2009
Genere: guerra
Durata: 2h33m
Regia: Quentin Tarantino
Sceneggiatura: Quentin Tarantino
Fotografia: Robert Richardson
Musiche: Mary Ramos
Cast: Brad Pitt, Melanie Laurent, Christoph Waltz, Diane Kruger, Eli Roth, Julie Dreyfus, Michael Fassbender, Cloris Leachman, Til Schweiger, Maggie Cheung, Mike Myers, Rod Taylor, Christian Berkel, Daniel Brühl, Gedeon Burkhard, Paul Rust, Jacky Ido, Samm Levine, Martin Wuttke


Trama
Durante il primo anno dell’occupazione nazista in Francia, il colonnello delle SS Hans Landa, voluto da Hitler a suo fianco nella caccia agli ebrei, giunge nella casa di campagna della famiglia LaPadite. Dopo un lungo ed estenuante interrogatorio riesce a far confessare al capofamiglia di nascondere in casa una famiglia ebrea. Senza battere ciglio, Landa chiama i suoi soldati e stermina l’intera famiglia che si nascondeva sotto il pavimento. La giovane Shosanna riesce però a fuggire rifugiandosi a Parigi dove, sotto falsa identità, diventa proprietaria di un cinema. Nel frattempo il tenente Aldo Raine si mette a capo di una squadra di soldati, conosciuta dai nazisti come i Bastardi, con lo scopo di uccidere il maggior numero di nazisti. Ben presto la strada dei Bastardi si incrocerà con quella di Shosanna, uniti dal medesimo proposito: far fuori il maggior numero di nazisti.

Recensione
Quentin Tarantino è noto per il suo amore viscerale per il cinema e per la sua straordinaria cultura cinematografica, in particolare per il cinema b-movie, grazie soprattutto al suo lavoro giovanile come commesso nel “Manhattan Beach Video Archives”, una videoteca di Los Angeles. Le sue pellicole non possono sottrarsi alla sua passione e conoscenza cinematografica e così, film dopo film, assistiamo a citazioni e riferimenti che appaiono tuttavia sempre come omaggi e mai come plagi. E’ il cinema italiano quello preferito da Tarantino, e “Bastardi senza gloria” ne è l’ennesimo esempio. Già il titolo si rifà ad un classico come “Quel maledetto treno blindato” di Enzo G. Castellari che il regista ha voluto nel film in un cameo. Il suo, però, non vuole essere un remake e questa sua intenzione viene rimarcata dal titolo originale “Inglorious Basterds”, un errore voluto per slegarsi dal film di Castellari che in America è conosciuto con il titolo “Inglorious Bastards”.
Un melting pot di generi che si attraversano e si sovrappongono generando un prodotto caratterizzato dalla tipica originalità tarantiniana. Suddiviso in cinque capitoli che, come pezzi di un puzzle, pian piano si compongono fino all’esaltante finale, “Bastardi senza gloria” si apre come un classico spaghetti western: la canzone “The Green Leaves of Summer” tratta da “La battaglia di Alamo” di e con John Wayne, le inquadrature a campo lunghissimo del verde paesaggio della tranquilla campagna francese, i primissimi piani dei volti sudati per lo sgomento, il contadino che vede in lontananza l’arrivo dei nazisti mentre è intento a spaccare la legna sono evidenti elementi tratti da pellicole del genere reso famoso da Sergio Leone. Memorabile è poi il dialogo, carico di tensione, tra il colonnello Landa ed il contadino LaPadite che raggiunge l’assurdo nel paragone di Landa tra ebrei e ratti.
La musica è, come sempre, parte fondamentale della cinematografia di Tarantino e la colonna sonora di “Bastardi senza gloria” presenta cicche rarissime che offrono un compendio di colonne sonore di cinema che va dalle commedie del periodo nazista agli spaghetti western, passando per film di rara reperibilità. Tracce già utilizzate in film del passato: Tarantino regala non solo perle morriconiane come “Algeri: 1 novembre 1954” (“La Battaglia di Algeri”), “Dopo la Condanna” e “La resa (“La resa dei conti), “Il mercenario” (“Il mercenario”), “Un amico” (“Revolver”), “Rabbia e tarantella” (“Allonsanfan”), L’incontro con la figlia (Il Ritorno di Ringo), ma anche, tra le tante, “Cat people” di David Bowie e Giorgio Moroder da “Il bacio della pantera”, “Zulus” da “Zulu dawn”, “Tiger tank” da “I guerrieri” con Clint Eastwood e “Bath attack” dal poco conosciuto ma interessante film horror “The Entity”. Una colonna sonora che gioca un ruolo fondamentale utilizzata per enfatizzare o demistificare gli episodi del film.
Grande attenzione è riservata ai suoi personaggi: il sergente “orso ebreo” Donny Donowitz, interpretato dal Eli Roth (regista della saga di “Hostel”) è probabilmente il più riuscito, comico ma feroce con le sue vittime; il colonnello Landa, divertente ed inquietante al tempo stesso, ha regalato a Christoph Waltz la Palma d’Oro al Festival di Cannes 2009; il capo dei Bastardi, Aldo Raine, interpretato da un baffuto e compiaciuto Brad Pitt; un Hitler surreale, interpretato da un azzeccato Martin Wuttke; Shoshanna/Emmanuelle (Melanie Laurent), capace di trasformarsi da docile vittima a spietata carnefice nell’altra memorabile scena impressa sullo schermo della sua sala cinematografica. Tanti, davvero tanti personaggi originali e divertenti, perfette pedine nella scacchiera creata dal genio di Quentin Tarantino.
“Bastardi senza gloria” non si sottrae la classico tema tarantiniano della vendetta. Come nelle sue altre pellicole, la vendetta è il motore che spinge i suoi personaggi all’azione ed alla determinazione di ogni singolo episodio dai risultati sempre inaspettati.
Se Tarantino ci aveva abituato a dialoghi brillanti contenenti approfondimenti di concetti a prima vista banali, questa volta va oltre giocando e servendosi delle lingue. Inglese, francese, tedesco, italiano e persino il siciliano condizionando parti importanti della storia. Al proposito, se ne consiglia la visione in lingua originale, che consegni ad ogni personaggio la propria nazionalità ed il proprio idioma.
A differenza di “Operazione Valchiria”, nel quale il cinema si limita a riportare i fatti storici così come avvennero, “Bastardi senza gloria” è un esempio della potenza creatrice e distruttrice del cinema, capace di stravolgere i fatti. Non è il cinema al servizio della storia, bensì l’esatto contrario.
“Bastardi senza gloria” è dunque una nuova grande opera di Tarantino. Per sua natura incapace di sintesi, il folle e creativo regista americano ha però la capacità di rendere leggere e piacevoli circa due ore e mezzo cinema che scorrono con ritmo e vivacità.

Voto: 86%