venerdì 27 marzo 2009

XVII GIORNATA FAI DI PRIMAVERA

“FAI anche tu” è l’invito per gli amanti dell’arte, della natura e del paesaggio a fare qualcosa di concreto per il nostro Paese mediante un sostegno al FAI nella tutela del patrimonio italiano. Un invito a prendere consapevolezza di chiunque può far parte di un patrimonio culturale. Sabato 28 e domenica 29 marzo 2009 sarà possibile durante la “Giornata FAI di Primavera”, giunta alla sua XVII edizione, visitare 580 splendidi beni in 210 città italiane, la maggior parte dei quali di solito chiusa al pubblico.
Una giornata senza limiti spaziali né temporali, perché saranno aperti al pubblico beni storici e paesaggistici non soltanto nelle grandi città d’arte ma anche nei piccoli centri urbani, spesso poco considerati dal turismo culturale: siti archeologici, borghi medioevali, splendide chiese e palazzi realizzati da architetti contemporanei.
A Roma è possibile visitare Palazzo Koch, scenografica sede della Banca d’Italia, realizzato tra il 1888 e il 1892, caratterizzato da splendidi saloni di rappresentanza arricchiti da preziose collezioni d’arte. A Milano diviene d’obbligo la visita della Veneranda Biblioteca Ambrosiana, istituzione fondata da Federigo Borromeo nel 1609, come la Sala Federiciana e il Cortile degli Spiriti Magni. Visitabile anche il nuovissimo edificio dell’Università Bocconi, uno degli ultimi gioielli architettonici della città. A Napoli apre un importante palazzo storico, il Monastero di San Gregorio Armeno con il suo chiostro di eccezionale bellezza.
A Fucecchio, in provincia di Firenze, in occasione del centenario della nascita di Indro Montanelli, si potranno ammirare gli studi di Roma e di Milano del grande giornalista presso Palazzo Montanelli della. In esposizione anche la sua famosa macchina da scrivere “Olivetti lettera 22”. Ad Ascoli Piceno, dopo dieci anni di restauro, viene riaperto al pubblico il Forte Malatesta, edificio fortificato, simbolo religioso, civile e militare della città, con l’annessa chiesa del ‘500, costruita sui ruderi di un complesso termale di epoca romana. A Palermo è possibile visitare Villa Cardillo, chiusa normalmente ai visitatori; mentre a Padova i visitatori possono entrare nella Scoletta del Santo per ammirare la Sala Priorale affrescata da Tiziano e scoprire il Chiostro della Basilica del Santo. Ad Alessandria si possono ammirare i mosaici di Gino Severini che decorano il Palazzo delle Poste, esempio di architettura razionalista.
Numerose anche le zone paesaggistiche visitabili: la Val d’Enza in provincia di Reggio Emilia; il percorso fluviale lungo il Po di Goro; la Valle Pesio nel territorio della Alpi Marittime in provincia di Cuneo; le Lame Rosse nel parco dei Monti Sibillini.
I visitatori possono contare anche quest’anno su guide d’eccezione: oltre 10000 gli “Apprendisti Ciceroni”, giovani studenti pronti ad illustrare al pubblico aspetti storico-artistici dei beni.
“Giornata FAI di Primavera”, una splendida occasione per conoscere il patrimonio artistico e paesaggistico del nostro Paese.
Informazioni ed elenco completo delle aperture al numero di telefono 0321443553 (24 ore su 24) e sul sito Fondo Ambiente Italiano.


mercoledì 25 marzo 2009

GALILEO GALILEI IN MOSTRA A FIRENZE

Dal 13 marzo al 30 agosto Palazzo Strozzi, a Firenze, sarà sede della mostra “Galileo. Immagini dell’universo dall’antichità al telescopio”, un viaggio attraverso le scoperte celesti di Galileo Galileo. Un’esplorazione avvincente del cielo e dell’astronomia a partire dalle visioni mistiche dei popoli della Mesopotamia e del delta del Nilo, procedendo attraverso le cosmogonie greche caratterizzate dalle geniali sfere omocentriche di Eudosso e le architetture planetarie di Tolomeo e dell’astronomia araba, ricordando le credenze cristiane e le tesi eliocentriche di Copernico che ispirarono Galileo, Keplero e Newton, artefici della nuova concezione dell’universo.
Curata da Paolo Galluzzi, direttore dell’Istituto e Museo di Storia della Scienza, la mostra “Galileo. Immagini dell’universo dall’antichità al telescopio” mette in rilievo il contributo della cosmologia, in relazione con le altre espressioni del pensiero attraverso l’apporto di applicazioni multimediali e importanti filmati. Il percorso espositivo è arricchito da reperti archeologici, strumenti scientifici di straordinaria bellezza, atlanti celesti, dipinti, sculture, preziosi codici miniati e straordinari modelli cosmologici funzionanti realizzati in occasione della mostra. Tra gli oggetti più interessanti il monumentale arazzo astronomico di Toledo, l’Atlante Farnese, il misterioso dipinto “Linder Gallery Interior” per la prima volta in esposizione, e il cannocchiale di Galileo.
La mostra è promossa e organizzata da Ente Cassa di Risparmio di Firenze e dalla Fondazione Palazzo Strozzi, con il sostegno del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Toscana e del Comitato Nazionale per le Celebrazioni Galileiane.

Info
Sede: Palazzo Strozzi - Museo del Corso - Piazza degli Strozzi, 1 - Firenze
Periodo: 13 marzo - 30 agosto 2009
Orari: 9.00-20.00 (tutti i giorni), 9.00-23.00 (giovedì)
Ingresso: €10,00 intero - €8,00 ridotto - €4,00 scuole
Tel: 0552645155 (infos) - 0552469600 (prenotazioni)


ERAGON

EragonTitolo originale: id.
Nazione: Gran Bretagna, Ungheria, USA
Anno: 2006
Genere: fantasy
Durata: 1h44m
Regia: Stefen Fangmeier
Sceneggiatura: Peter Buchman
Fotografia: Hugh Johnson
Musiche: Patrick Doyle
Cast: Ed Speleers, Jeremy Irons, Robert Carlyle, John Malkovich, Joss Stone, Sienna Guillory, Christopher Egan, Garrett Hedlund, Alun Armstrong, Gary Lewis, Djimon Hounsou, Richard Rifkin, Steve Speirs


Trama
Eragon ha diciassettenne anni ed è orfano. Vive assieme allo zio ed il cugino Roran a Carvahall, un piccolo villaggio ai confini dell’impero di Alagaesia. Un giorno Eragon, mentre si trova a caccia di cervi, scopre una strana pietra blu che si rivelerà essere l’uovo dell’ultimo drago femmina rimasto ancora in vita. Eragon se ne prende cura dell’uovo fino alla nascita della creatura alla quale con molta pazienza insegnerà anche a volare. Ma Galbatorix, malvagio re di Alagaesia ed ultimo cavaliere dei draghi vivente, anche perché assassino di tutti gli altri cavalieri, venuto a conoscenza della nascita della dragonessa Saphira manderà all’inseguimento di Eragon il terribile Durza, potente stregone nero. L’unica salvezza per il giovane è rappresentata da Brom, cavaliere in pensione, con il quale inizierà una fuga verso il rifugio dei Varden, i ribelli dell’impero.

Recensione
La storia di “Eragon” inizia, quando un adolescente americano, Christopher Paolini, mai andato a scuola ma istruito dalla madre inizia a scrivere una storia. Due anni dopo, nel 2002, i genitori (il padre, Carl Hiaasen, è un noto giallista), entusiasti, la pubblicarono a proprie spese. Per pubblicizzare il libro, Christopher girò scuole e librerie vestito con corazza, stivali e spada, finché un importante editore, Knopf, non decise di ripubblicare in una nuova edizione “Eragon” e i due successivi libri di quella che sarebbe diventata una trilogia famosa in tutto il mondo.
La trasposizione cinematografica di “Eragon” purtroppo non è all’altezza del libro. A dire il vero, si tratta di un oltraggio alla bellezza del libro. Se Christopher scrisse il libro perché appassionato di fantasy, il film sembra essere prodotto finalizzato al mero guadagno, privo com’è di un minimo di passione e di coinvolgimento. Stefen Fangmeier, esordiente come regista, ma esperto di effetti speciali, rivolge ogni cura ed attenzione unicamente verso l’aspetto estetico della pellicola. Infarcito di effetti speciali ben realizzati e sorretto da una colonna sonora imponente e decisamente troppo invadente, “Eragon” sembra realizzato con fretta e superficialità, condensando più di 500 pagine di libro in poco più di un’ora e mezza di pellicola: numerose sono le parti del libro trascurate tanto che spesso sembra mancare una ragionevole consequenzialità tra le scene. “Eragon” manca di ritmo e di situazioni realmente avvincenti, la scenografia ed i personaggi sembrano tratti da dalla trilogia de “Il signore degli anelli” di Peter Jackson.
Il cast è di tutto rispetto (e decisamente sprecato): Jeremy Irons sembra poco convinto del suo personaggio, Robert Carlyle divertente ma un po’ fuori luogo e John Malkovich, fisicamente perfetto nel ruolo di cattivo, non può esprimere a sufficienza la sua bravura per i pochi dialoghi in cui è impegnato; poco convincente l’esordiente Ed Speleers, poco efficace da appassionare lo spettatore.
Il doppiaggio italiano è un segno ulteriore della modestia con la quale è stato prodotto il film: se nell’edizione originale la voce della dragonessa Saphira è affidata all’ottima attrice Rachel Weisz, non si comprende come abbiano pensato ad Ilaria D’Amico, brava giornalista sportiva, ma che nulla c’entra con cinema e doppiaggio.
Il colpo di grazia è infine rappresentato dal finale che nel pieno rispetto della trilogia di Tolkien-Jackson non esiste, lasciando lo spettatore in bilico e in attesa (beh, siamo proprio sicur?) del sequel.
Dunque “Eragon” rappresenta un tentativo fallito di rinnovare il genere fantasy, un film privo di logica narrativa, poco suggestivo ed un’indegna trasposizione dell’inizio di quella che sarebbe potuta diventare, con maggior impegno e passione, un’ottima alternativa al classici del fantasy. Un’occasione sprecata uccisa dal dio denaro.

Voto: 29%


ANATOMY

anatomy

Titolo originale: Anatomie
Nazione: Germania
Anno: 2000
Genere: horror
Durata: 1h43m
Regia: Stefan Ruzowitzky
Sceneggiatura: Stefan Ruzowitzky
Fotografia: Peter von Haller
Musiche: Marius Ruhland
Cast: Franka Potente, Benno Fürmann, Anna Loos, Sebastian Blomberg, Traugott Buhre, Holger Speckhahn, Oliver Wnuk, Andreas Günther, Rüdiger Vogler, Gennadi Vengerov, Thomas Meinhardt, Werner Dissel


Trama
Paula è una brillante studentessa di medicina che ha appena vinto il concorso di ammissione all’autorevole corso estivo di anatomia dell'università di Heidelberg. La ragazza, intenzionata a seguire le orme del padre e del nonno, si immerge totalmente studio dal quale non riescono a distrarla neanche le attenzioni di un suo compagno di corso. Un giorno si ritrova in obitorio un ragazzo cardiopatico conosciuto pochi giorni prima in treno. Non convinta della morte naturale del giovane, Paula inizierà ad investigare, scoprendo un’orrible segreto che si cela tra le mura della prestigiosa università.

Recensione
Stefan Ruzowitzky, regista austriaco, dirige questo horror ospedaliero di produzione tedesca sulla scia di teen horror americani come “The skulls - I teschi”.
Quello che subito colpisce in “Anatomy” è la fotografia di Peter von Haller capace di ricreare quell’atmosfera fredda e torbida tipica degli ambienti ospedalieri. Si aggiunge poi l’interpretazione di Franka Potente: in pieno stile teutonico, la ragazza appare algida e ambiziosa, confermando le qualità già dimostrate in “Lola corre”, splendida pellicola del regista Tom Tykwer che l’ha fatta conoscere. Peccato però che gli altri attori del cast risultino belli ma totalmente inadeguati nei loro ruoli. “Anatomy” pur non brillando per originalità, inquieta e spaventa, in particolar modo quanti sono inorriditi anche dalla vista del sangue di un banale prelievo. Gli effetti speciali sono infatti di buon livello anche se Ruzowitzky si contiene un pò troppo nella componente splatter.
La storia purtroppo dopo un discreto inizio, assume contorni un po’ banali, attribuendo caratteristiche a volte eccessive ai personaggi (è vero che ci troviamo in un ambiente giovanile, ma la serietà dei ragazzi viene messa a dura prova con dialoghi stupidi, spesso infarciti di doppi sensi palesemente fuori luogo).
Sebbene penalizzato da alcune banalità grossolane, “Anatomy” è un film che può far trascorrere una piacevole serata horror senza troppe pretese anche se gli assuefatti all’horror rimarranno sicuramente lievemente delusi.

Voto: 61%

Trailer “Anatomy”


martedì 24 marzo 2009

GIORGIO ALBERTAZZI AL TEATRO GHIONE (ROMA)

Giorgio Albertazzi ritorna a Roma al Teatro Ghione con lo spettacolo “Lezioni americane”. Nato a Parigi al Théâtre du Rond-Point, dove riscosse un enorme successo, lo spettacolo propone la prima delle prolusioni elaborate da Italo Calvino nel suo libro omonimo. Dante, Cavalcanti, Shakespeare, Lucrezio, Ovidio, Leopardi, Kafka, Cyrano saranno i personaggi illustrati da Albertazzi in una serie di discorsi leggeri ed appassionanti che Calvino trattò nelle “Lezioni americane”, un ciclo di conferenze ideate in occasione di un invito ricevuto dalla Harvard University, ma che non furono mai portate a termine a causa dell’improvvisa morte dello scrittore, avvenuta nel 1985. Il libro uscì comunque postumo nel 1988 col titolo “Lezioni americane. Sei proposte per il prossimo millennio”. Leggerezza, rapidità, esattezza, visibilità, molteplicità, sono i valori universali che la letteratura, secondo Calvino, avrebbe dovuto preservare e portare con sé nel nuovo millennio.
Lo spettacolo ritorna dunque sui palcoscenici attraverso Giorgio Albertazzi nel ruolo del Conferenziere che, attraverso le parole di Calvino, conduce gli spettatori in questo frenetico viaggio nella letteratura mondiale alla ricerca delle origini sulle quali si fondano ognuno di quei valori, con particolare risalto nei confronti della “Leggerezza”, intesa non come un difetto, ma come un valore.
Grazie ad Albertazzi l’opera incompiuta di Calvino diventa teatro in un continuo alternarsi tra letteratura, teatro, video e musica, facendo della stanza del Conferenziere il luogo dove scomporre la scrittura, cercando di carpirne segreti e dove la “Leggerezza” diventa per lo scrittore l’oggetto irraggiungibile di una infinita ricerca, a causa dell’insostenibile pesantezza dell’essere.
Una giovane discepola cerca di cogliere il senso di questa ricerca e il suo occhio-telecamera insegue il Conferenziere, filmandolo insieme ai suoi appunti, ai disegni, ai libri, ai quadri, agli oggetti, proiettando alcuni filmati della memoria teatrale di un Albertazzi, vate delle epiche gesta del pensiero che diviene scrittura.
Nel video seguente un’intervista a Giorgio Albertazzi ed alcuni frammenti dello spettacolo “Lezioni americane” che sarà di scena al Teatro Ghione, in via delle fornaci 37, a Roma dal 24 marzo al 5 aprile.


domenica 22 marzo 2009

UTAGAWA HIROSHIGE IN MOSTRA A ROMA

Si tiene a Roma presso il Museo Fondazione Roma (ex Museo del Corso), la mostra “Hiroshige. Il maestro della natura”, prima esposizione in Italia dedicata ad uno dei più grandi artisti giapponesi dell’800. In rassegna una raccolta di 200 opere dell’artista giapponese Utagawa Hiroshige (1797-1858), provenienti dalla Honolulu Academy of Arts, istituzione che possiede forse la più grande raccolta di stampe di Hiroshige in Occidente con oltre 3000 fogli che provengono in gran parte dal lascito di James Michener, celebre autore dei libri “Sayonara” e “Hawaii”, divenuti in seguito sceneggiature degli omonimi film, oltre a diverse foto appartenenti alla fondazione JCII di Tokyo, il più importante museo fotografico giapponese.
Nato a Edo (il nome della città di Tokyo fino al 1868), Utagawa Hiroshige era il figlio di un samurai funzionario dei vigili del fuoco e, dopo la scomparsa di entrambi i genitori, a soli tredici anni, ne ereditò la carica.
Tra i massimi esponenti dell’arte ukiyoe (“immagini del mondo fluttuante”), un genere di stampa artistica su blocchi di legno prodotta in Giappone tra il XVII e il XX secolo, che aveva in genere come soggetti paesaggi, rappresentazioni teatrali e quartieri a luci rosse, Hiroshige fu un pittore ed incisore molto prolifico, con una produzione artistica di circa 4000 stampe policrome e immagini per libri appartenenti a diversi generi: stampe di attori, guerrieri e cortigiane ma in particolare immagini della natura (fiori, animali e paesaggi). Un’arte destinata ad ambienti domestici, che riflette la natura nella sua sostanza in piena armonia pur se rappresentata nel bel mezzo di bufere di neve o tempeste di mare, avvicinando l’uomo al fluire del cosmo.
Fu proprio il suo singolare approccio religioso nei confronti della natura che rese unico lo stile di Hiroshige tanto da influenzare notevolmente impressionisti e post-impressionisti europei. Artisti come Monet, Manet e Whistler furono conquistati dai suoi colori vivaci, dal meraviglioso alternarsi di luce ed ombre, dagli incantevoli effetti atmosferici di nebbie e piogge. Ma fu soprattutto Van Gogh a rimanerne sbalordito, a tal punto che non solo trasse palese ispirazione dal maestro giapponese ma riprodusse ad olio alcuni fogli di Hiroshige.
Promossa dalla Fondazione Roma e realizzata in collaborazione con Arthemisia, la mostra “Hiroshige. Il maestro della natura”, a cura di Gian Carlo Calza, è strutturata in cinque sezioni.
“Il mondo della natura”, punto di partenza del viaggio espositivo, è riservata alla rappresentazione di animali e paesaggi: uno stormo di oche selvatiche che in volo attraversano uno scorcio di luna piena oppure un inatteso scroscio di una cascata che discende da una roccia sono esempi del suo attento sguardo al mondo naturale, dal quale trasse la maggior parte dei suoi soggetti artistici.
“Cartoline dalle province” raccoglie i disegni di località del Sol Levante attraverso simbologie mitologiche o letterarie: una suggestiva cascata, rocce dalle forme particolari, gorghi profondi in uno stretto di mare.
“La via per Kyoto” è invece dedicata alle due grandi vie che collegavano la capitale imperiale di Kyoto a quella amministrativa di Edo, sezione nella quale si trova era “Cinquantatré stazioni di posta del Tokaido”, considerato il capolavoro di Hiroshige, realizzato tra il 1833 ed il 1834, in seguito ad uno dei suoi viaggi in quelle province.
“Nel cuore di Tokyo” si concentra su Edo, città dello shogun, capo militare e politico del Giappone. Edo fu la città dove Utagawa Hiroshige nacque, visse e morì, dipingendo la maggior parte dei suoi paesaggi. In esposizione si trovano i luoghi amati dagli abitanti e dai visitatori occasionali, come “la città senza notte” di Yoshiwara, con le sue eleganti case d’appuntamento; Saruwacho, la via dei teatri; Nihonbashi (“il ponte del Giappone”), importante punto di riferimento per ogni viaggio.
Una sezione particolare è “Il vedutismo di Hiroshige nella prima fotografia giapponese”, a cura di Rossella Menegazzo. Questa sezione testimonia con foto e cartoline di paesaggi e di luoghi celebri, a qualche decennio di distanza, l’influenza che il maestro ebbe sui primi fotografi attraverso il suo modo di vedere la realtà.
Infine, a testimonianza dell’ammirazione di Van Gogh nei confronti di Hiroshige, in esposizione ci sono anche tre riproduzioni dell’artista olandese ispirati ai quadri di Hiroshige: “Ponte sotto la pioggia: dopo Hiroshige”, “Il giardino dei susini a Kameido: dopo Hiroshige”e “Piccolo pero in fiore”, conservate al Van Gogh Museum di Amsterdam e impossibili da trasportare a causa della loro estrema delicatezza. Le opere sono state riprodotte in altissima risoluzione dalla Rai, secondo una particolare tecnica digitale che rende visibili i colori e i particolari dell'originale nei minimi dettagli.
Dal momento che opere di Hiroshige ricordano spesso ambienti tipici delle fiabe, la mostre offre alle famiglie ed ai piccoli visitatori un percorso divertente tra animali, piante e paesaggi del Sol Levante. Gratis a disposizione di tutti i bambini un “Quaderno di viaggio” da utilizzare durante il percorso della mostra, con alcune notizie sulla cultura giapponese, sulla tecnica di stampa e sul maestro Hiroshige. In ogni sezione della mostra è stata disposta una “stazione”, costituita da una piccola pedana e da un tavolino in legno, con un timbro da apporre sul quaderno, proprio come avviene in Giappone, dove ogni tempio buddhista ha un suo timbro ufficiale e una “stazione dei timbri” per il quaderno del viaggiatore pellegrino. Il 5 maggio, in occasione del “Kodomo no hi” (il giorno del bambino), verrà organizzato un evento speciale riservato ai bambini.
Durante le prime due settimane della mostra, dal 17 al 31 marzo, tutti i visitatori potranno ritirare gratuitamente, nell’area bookshop del museo, cartoline raffiguranti cinque ideogrammi giapponesi espressione di altrettanti concetti chiave: Soboku (semplicità), Ryōshitsu (qualità), Heikō (equilibrio), Chōw-a (armonia) e Henka (cambiamento). Ad ogni ideogramma è legato un pensiero che evidenzia il ruolo rivestito nella salute.
La mostra “Hiroshige. Il maestro della natura” rappresenta un’occasione unica per ammirare e conoscere i lavori di un artista il cui valore non è forse ancora apprezzato a sufficienza in Italia.

Info
Sede: Museo Fondazione Roma - Museo del Corso - Via del Corso, 320 - Roma
Periodo: 17 marzo - 13 settembre 2009
Orari: 10.00-20.00 (tutti i giorni), lunedì chiuso
Ingresso: €9,00 intero - €7,00 ridotto- €4,00 scuole
Tel: 066874704 (infos e prenotazioni)


venerdì 20 marzo 2009

HIGH CRIMES - CRIMINI DI STATO

high crimes crimini di statoTitolo originale: High crimes
Nazione: USA
Anno: 2002
Genere: thriller
Durata: 1h55m
Regia: Carl Franklin
Sceneggiatura: Grace Cary Bickley, Yuri Zeltser
Fotografia: Theo van de Sande
Musiche: Graeme Revell
Cast: Morgan Freeman, Ashley Judd, Jim Caviezel, Amanda Peet, Adam Scott, Bruce Davison, Tom Bower, Juan Carlos Hernández, Jude Ciccolella, Michael Gaston, Emilio Rivera, Michael Shannon, John Billingsley


Trama
Claire Rubik è un affermato avvocato ed è felicemente sposata con Tom. In seguito ad un furto subito nella sua casa, l’FBI scopre che la vera identità del marito è Ron Chapman, un ex-marine responsabile dell’assassinio di alcuni civili durante un’operazione militare in Salvador. Rinchiuso in un penitenziario militare, l’uomo affronta il processo difeso dalla moglie Claire, fermamente convinta della sua innocenza. Claire si rivolge ad un esperto di giurisprudenza militare con un passato da alcolista, Charles Graimes.

Recensione
“High Crimes - Crimini di stato” è un legal thriller tratto dall’omonimo romanzo (in Italia tradotto nel titolo “Reati capitali”) di Joseph Finder e diretto con mestiere da Carl Franklin. La storia si poggia su temi già spesso utilizzati nella cinematografia: identità nascoste, segreti inconfessabili, abusi e corruzione nei rigidi ambienti militari. Pur partendo da una serie di elementi poco originali, “High Crimes - Crimini di stato” coinvolge fin dall’inizio lo spettatore, mostrando una serie di intrighi e di segreti nei quali si ritrovano coinvolti membri dell’esercito americano, un mondo solitamente sempre adulato dai media. Ingredienti però abusati in questo genere di film, così come i personaggi che man mano si avvicendano: l’anonimo Jim Caviezel è un uomo dalla faccia pulita, marito premuroso e gentile, ma che in realtà nasconde un passato militare, probabilmente invischiato in fatti infamanti; l’avvocato di successo, nelle fattezze della splendida Ashley Judd, che si scontra con i chiusi ambienti militari; un avvocato in declino, dal passato segnato dall’alcool, al quale si presenta l’opportunità di riscattarsi è invece interpretato da un esperto e scaltro Morgan Freeman.
“High Crimes - Crimini di stato” sembra un film avvincente dove tutto sembra scorrere alla perfezione, quando però si avvicina al suo momento cruciale, la sceneggiatura prende la strada sbagliata, seguendo sviluppi narrativi illogici e decisamente superficiali. Al termine della pellicola non è poi assurdo rendersi conto di aver speso circa due ore inutilmente.
La colonna sonora di Graeme Revell non incide particolarmente nel film, mentre la fotografia di Theo van de Sande descrive lucidamente il thrilling claustrofobico, attraverso una saturazione dei colori verso il freddo blue.
“High Crimes - Crimini di stato” è il classico film che “prende in giro” lo spettatore, introducendolo con estrema cura nell’atmosfera, tenendolo per mano durante gli sviluppi della storia, per poi offenderne l’intelligenza con un’improbabile conclusione.

Voto: 56%


REMBRANDT INCISORE IN MOSTRA A PARMA

Direttamente dal Petit Palais di Parigi giungono a Parma, presso la Fondazione Magnani Rocca 155 incisioni all’acquaforte di Rembrandt che si aggiungono così al celebra “Faust” dell’artista olandese di proprietà della Fondazione parmense.
Rembrandt si contraddistinse nella nell’arte incisoria, grazie alla sua creatività e ricerca espressiva. Un interprete capace di intuire le sfumature dell'animo, caratteristiche ben distinguibili nei suoi ritratti (ed autoritratti), ma anche capace di rappresentare situazioni contraddistinte da un incantevole mistero, come si può osservare nelle sue scene bibliche.
La mostra intitolata “Il Petit Palais di Parigi alla Fondazione Magnani Rocca. Incontro con Rembrandt” guida il visitatore in un viaggio nella storia dell’incisione, dal XV al XX secolo, attraverso i momenti principali. Fu proprio Luigi Magnani un grande estimatore dell’arte incisoria, già presente in diverse collezioni permanenti della Fondazione. Opere che testimoniano il valore degli artisti più importanti di questa tecnica artistica: Dürer, Goya, Schongauer, Morandi e lo stesso Rembrandt.
Curata da Sophie Renouard Bussierre, la mostra è stata realizzata in occasione della ventesima “Ambasceria Internazionale” del museo parigino del Petit Palais. Un laboratorio didattico per le scuole sarà associato alla mostra parmense.

Info
Sede: Fondazione Magnani Rocca, via Fondazione Magnani Rocca 4, Mamiano di Traversetolo (Parma)
Periodo: 15 marzo - 28 giugno 2009
Orari: 10.00-18.00 (tutti i giorni), lunedì chiuso
Ingresso: €8,00
Tel: 0521 848327/848148 (infos e prenotazioni)
Note: da martedì 24 marzo tutti i martedì alle ore 15.30 visita guidata gratuita (si paga solo il biglietto d’entrata) senza prenotazione. Aperto anche Pasqua, lunedì dell’Angelo, 25 aprile, 1 maggio e 2 giugno.


giovedì 19 marzo 2009

GRAN TORINO

Recensione Gran TorinoTitolo originale: id.
Nazione: Australia, USA
Anno: 2009
Genere: drammatico
Durata: 1h56m
Regia: Clint Eastwood
Sceneggiatura: Nick Schenk
Fotografia: Tom Stern
Musiche: Kyle Eastwood, Michael Stevens
Cast: Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Christopher Carley, Brian Haley, Dreama Walker, Geraldine Hughes, Brian Howe, William Hill, Scott Eastwood, Davis Gloff, Sonny Vue


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Trama
Walt Kowalski è un veterano della guerra di Corea dal carattere introverso e burbero. A causa dei difficili rapporti con i suoi figli ed i suoi nipoti, preferisce vivere una vita solitaria nella sua villetta nella periferia di Detroit, trascorrendo il tempo a bere birra e a lucidare la sua fiammante Ford Gran Torino del 1972, l’unico grande amore rimastogli, dopo la recente morte della moglie. Quando una famiglia di immigrati asiatici si trasferisce nella casa accanto alla sua, l’uomo si troverà costretto ad affrontare i propri pregiudizi razziali entrando suo malgrado nelle loro vite.

Recensione
“Gran Torino” è la storia di Walt, un uomo “di altri tempi”, un anziano pensionato e veterano di guerra, che vede cambiare intorno a sé l’America che aveva da sempre apprezzato e venerato. Un tempo orgoglioso operaio dell’americana Ford (il titolo del film fa infatti riferimento alla Ford Gran Torino custodita gelosamente dal protagonista), vede inesorabilmente sgretolarsi i valori e le tradizioni americane. Incapace di adattarsi a cambiamenti che hanno segnato la società moderna, non riesce neanche a sopportare che uno dei suoi figli lavori come venditore di auto giapponesi. Mal sopporta che il suo quartiere si stia svuotando di tutti i bianchi americani avvicendati da gruppi di neri, ispanici ed orientali. Tutte conseguenze della storia di Detroit e Ford, due simboli della florida industria americana, tanto che la città fu considerata per molti anni capitale mondiale dell’automobile. Tantissime persone si trasferirono a Detroit attirate dalle prospettive lavorative che la città e le sue industrie concedevano. Ma la crisi petrolifera e la concorrenza di nuove industrie automobilistiche portò la città in rovina, abbandonata dalla maggior parte della popolazione bianca, diventando sempre più un ghetto urbano. Patriottico e nazionalista (cosa facilmente intuibile dalla bandiera presente di fronte la sua casa, ormai circondata da immigrati provenienti da ogni parte del mondo), Walt oltrepassa questi nobili sentimenti, mostrandosi attraverso i suoi modi rudi e scortesi, razzista nei confronti di ogni diversa etnia: neri, asiatici, ispanici, italiani, irlandesi, con disprezzo o per gioco non nasconde nulla di ciò che pensa. A tutto ciò si aggiunge un sentimento anticlericale che riversa nel giovane sacerdote che passa spesso a trovarlo intenzionato ad esaudire ultimo desiderio della moglie di Walt sul letto di morte, ovvero confessare il vecchio burbero di tutti i suoi peccati. Da quegli incontri/scontri nasceranno i momenti più profondi di “Gran Torino”, una serie di dialoghi tra i due che faranno da filo conduttore della storia. Un film sulla vita e sulla morte, sull’incapacità di un uomo troppo legato al tempo che fu, sul rapporto tra padre e figlio, sull’amicizia e sul rispetto reciproco. Perché essenzialmente Walt è un uomo solitario, senza alcun rapporto con i suoi familiari (i figli vorrebbero rinchiuderlo in un ospizio ed i nipoti lo sopportano a malapena) e la sua unica passione è la sua splendida Ford Gran Torino, che sarà il motivo del legame di amicizia con Tao, il figlio dei suoi vicini di casa. Walt al principio mostra tutto il suo odio nei confronti del ragazzino, ma conoscendo lui ed il suo mondo, scoprirà di possedere qualità nascoste rimettendo così in discussione tutti i suoi pregiudizi.
C’è poco da dire sulle qualità di Clint Eastwood: film dopo film, dimostra sempre più capacità registiche eccezionali, impreziosite nel caso di “Gran Torino” da un’intensa interpretazione. Avvalendosi di alcuni attori sconosciuti di origini orientali li dirige in maniera magistrale attraverso uno stile secco ed essenziale. Il suo realismo e la durezza rappresentano un vero pugno allo stomaco.
“Gran Torino” è un film che si apprezza fino al suo splendido finale, ultima tessera del mosaico creato dal regista e attore americano. Un finale perfettamente coerente, un modo esemplare con cui terminare la pellicola. Un film tremendamente duro, ma che tocca le corde dell’anima. Una storia semplice che difficilmente lascerà indifferenti.

Voto: 86%


mercoledì 18 marzo 2009

PORNOSTAR HOSTESS SUI VOLI RYANAIR

Quando indossa la divisa della Ryanair, compagnia aerea irlandese low cost, il suo nome è Edita Schindlerova, completamente nuda nei video hard assume lo pseudonimo di Edita Bente. In tempo di crisi anche le hostess arrotondano lo stipendo con il doppio lavoro, ma nel caso di Edita, 22enne originaria della Repubblica Ceca, si tratta di un impiego molto hot: posare nuda per foto hard e video porno. Se il suo lavoro ufficiale è infatti quello di servire cibo e bibite e spiegare ai passeggeri come si gonfia il giubbotto di salvataggio, quando non è di turno, Edita Bente diventa una pornostar, esibendosi in prestazioni sessuali senza limiti.
A scoprire il suo secondo lavoro è stato un suo collega che, navigando su internet alla ricerca di video ed immagini hard su siti a luci rosse, ha scoperto le immagini di Edita. Le voci girano e la notizia è giunta presto fino alla redazione del tabloid inglese “The Sun” che ha pubblicato la notizia.
I vertici della Ryanair, subito contattati dai giornali, hanno risposto difendendo le scelte della sua hostess: “Ciò che le persone fanno prima o dopo il lavoro non ci riguardano. Sono soltanto fatti loro”. Edita Schindlerova aveva già fatto notare le sue grazie, immortalate nel sexy calendario 2009 di Ryanair (qui l’articolo relativo a quello 2008), ma nessuno immaginava che l’hostess con lo pseudonimo di Edita Bente fosse anche una pornostar.
Ryanair ha ultimamente indetto un concorso tra tutti i suoi passeggeri, offrendo €1000 a chi suggerirà nuovi servizi a pagamento. Questa notizia potrebbe fornire qualche idea in più!
Durante il vostro prossimo volo Ryanair per Stansted (Londra) prestate bene attenzione alle hostess, potreste anche ritrovarvi di fronte la bella e sexy Edita Schindlerova/Bente.
Nel video che segue, il backstage del Calendario Ryanair 2009 nel quale si può nota notare anche la presenza Edita Schindlerova:


lunedì 16 marzo 2009

NEMICO PUBBLICO N.1 - L'ISTINTO DI MORTE

Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morteTitolo originale: L’instinct de mort
Nazione: Canada, Francia, Italia
Anno: 2008
Genere: biografico, poliziesco
Durata: 1h53m
Regia: Jean-François Richet
Sceneggiatura: Abdel Raouf Dafri, Jean-François Richet
Fotografia: Robert Gantz
Musiche: Marcus Trumpp
Cast: Vincent Cassel, Gerard Depardieu, Cecile De France, Gilles Lellouche, Elena Anaya, Roy Dupuis, Michel Duchaussoy, Myriam Boyer, Florence Thomassin, Gilbert Sicotte, Abdelhafid Metalsi, Deano Clavet, Mustapha Abourachid


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Trama
Francia, 1959. Jacques Mesrine ritorna a Parigi dopo aver prestato il servizio militare in Algeria, dove ha vissuto esperienze molto difficili. Il ragazzo, appartenente alla tipica famiglia borghese, inizia a lavorare onestamente, ma ben presto è conquistato dall’ambiente malavitoso che frequenta. Così lascia il lavoro e la famiglia per mettersi al soldo del boss locale Guido. E’ l’inizio della sua carriera criminale fatta di rapine, sequestri di persona ed omicidi che lo porterà fino negli Stati Uniti ed in Canada.

Recensione
“Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” è primo capitolo della biografia in due parti dedicata al famigerato criminale Jacques Mesrine, gangster francese che agì tra Francia, Spagna, America e Canada negli anni ‘60/70. Tratto dalle memorie che lo stesso Mesrine scrisse durante la sua permanenza in carcere, il film è il ritratto di un personaggio che malgrado la sua crudeltà affascinò l’opinione pubblica francese per il suo carattere arrogante e seducente. Jean-François Richet si rifà al genere polar, il classico poliziesco francese, regalando una versione fatalista di questo criminale secondo i dettami classici francesi di registi di genere come Jean-Pierre Melville e Jacques Deray, pur offrendo scene d’azione che per realizzazione si rifanno al cinema americano di quegli anni (in particolar modo nelle scene ambientate in carcere).
“Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” si concentra dunque sulla figura di Mesrine, interpretato da un perfetto Vincent Cassel, a suo agio nei panni dell’anti-eroe ricco di fascino, seducente nelle sue ambiguità, tenero e romantico ma al tempo stesso violento nei confronti delle sue donne, in un mondo dove “l’unica regola è quella della giungla”, come afferma lo stesso Guido, il boss interpretato da un sommesso ma pur sempre carismatico Gerard Depardieu. Nota di merito anche a Cecile de France, autrice di un personaggio femminile cruento e spietato, lontano anni luce da quelli dolci e melensi spesso interpretati dall’attrice belga.
Il film segue con un ritmo narrativo chiaro ed efficace le azioni criminali Mesrine ed il suo rapporto con le donne, romanzando il personaggi in modo tale da tirarne fuori l’aspetto accattivante pur senza enfatizzarne il carattere eroico (bravo in questo anche Cassel), ritraendo così un personaggio odioso e feroce, senza omettere con un pizzico di polemica l’esaltazione mostrata da parte dei media. Meravigliose le atmosfere parigine, ma non da meno quelle canadesi e in particolar modo quelle del deserto americano, grazie anche al supporto della fotografia curata da Robert Gantz.
“Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” a lungo andare fa sentire troppo l’attenzione nei confronti Mesrine, relegando i personaggi secondari a marionette utili solo a riempire il teatrino del crimine, trattando inoltre con superficialità alcune parti della storia.
Supportato con effetto da un’ottima colonna sonora fatta di successi dell’epoca, “Nemico pubblico n.1 - L’istinto di morte” è tuttavia un buon film, ben interpretato e diretto con stile ed equilibrio da Jean-François Richet. Peccato però che abbiano voluto seguire la strada tarantiniana di “Kill Bill” tagliando il film in due parti, concludendolo le gesta di Mesrine nel secondo atto, dal titolo “Nemico pubblico n.1 - L’ora della fuga”.

Voto: 71%


venerdì 13 marzo 2009

XX MOSTRA DEL LIBRO ANTICO (MILANO)

La XX Mostra Internazionale del Libro Antico è un prestigioso e ormai consueto appuntamento che si tiene a Milano nelle sale della Palazzina della Permanente di via Turati 34, organizzata dalla Fondazione Biblioteca di via Senato da venerdì 13 a domenica 15 marzo. Oltre cinquanta librai antiquari provenienti da tutto il mondo presenteranno i loro preziosi cimeli in una mostra che raccoglie oltre 600 anni di storia del libro, dai manoscritti miniati e dagli incunaboli alle stampe secolari, alle cinque centine ed ai libri di grande pregio su diversi argomenti come religione, politica, geografia, narrativa, storia, politica, gastronomia, scienza e fotografia.
Tra le magnifiche opere di valore presenti alla mostra spiccano l’edizione originale del progetto di Giuseppe Piermarini per il Teatro alla Scala (1789), 8 tavole incise che raffigurano la pianta e la struttura del teatro; la prima edizione illustrata del “De Architettura di Vitruvio” (1511), uno dei più importanti libri rinascimentali, presentato da Antonio Pettini. Numerose sono le meraviglie di arte miniata rinascimentale ed alcuni libri religiosi, come l’illustre “Index Prohibitorum” (1564) e il più celebre manuale per inquisitori, il “Malleus malefica rum” (1494).
Splendide sono le illustrazioni cittadine presenti nei libri di Pompeo Nardelli, Giuseppe Pietro Bagetti e Bernardino Bellotto. Anche i paesi lontani trovano spazio rispettivamente nel “Delle missioni dei Padri della Compagnia di Gesù della Provincia del Giappone” (1663) di Giovanni Filippo De Marini e nel libro “Verdarera relation del Perù» di Francesco Exeres tradotta in italiano da Lorenzo Peliello. Di enorme valore sono la prima edizione illustrata, in lingua spagnola, del “Don Quixote” di Miguel de Cervantes ed alcune edizioni del ‘500 de “La Divina Commedia” di Dante Alighieri. Importante documento scientifico è l’introvabile copia della “Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti”, uno studio di Galileo Galilei sugli influssi della alterazioni della superficie solare. Nell’anno del Futurismo è possibile scegliere un testo di Marinetti, Govoni o Depero, artisti che sperimentarono particolari stili tipografici.
Su sito web ufficiale della XX Mostra Internazionale del Libro Antico (www.mostradellibroantico.it) è possibile consultare la lista completa delle opere presenti nella mostra di Milano, avendo anche la possibilità di rivolgersi direttamente gli espositori presenti con i loro cataloghi. La mostra infatti rappresenta non solo un importante evento culturale ma anche un momento di contatto tra gli espositori e gli appassionati di libri antichi, sempre alla ricerca di un volume raro, difficilmente reperibile in altri siti, come ad esempio siti internet o aste online, dove è possibile non avere reale garanzia del prodotto acquistato. Opere per tutte le tasche, con prezzi che variano tra €200 e €20000, con la sicurezza che il loro valore non potrà che crescere in futuro. Quello che devono aver pensato durante la scorsa edizione della Mostra Internazionale del Libro Antico due ladri che, tra la folla, hanno trafugato due tomi di ingente valore.

Info
Sede: Palazzina della Permanente - via Turati 34 - Milano
Periodo: 13 - 15 marzo 2009
Orari: 11.00-19.00 (venerdì, sabato), 11.00-18.00 (domenica)
Ingresso: €5,00 intero - €2,00 ridotto
Tel: 0221023079 (infos)


mercoledì 11 marzo 2009

LAURA CHIATTI NUDA

Video Laura Chiatti nuda
Laura Chiatti è nuda nel film “Il caso dell’infedele Klara”, di Roberto Faenza. Nel film Laura Chiatti interpreta Klara, fidanzata del gelosissimo Luca (Claudio Santamaria). Nel film ci sono numerose scene sexy nelle quali Laura Chiatti appare completamente nuda. A dire il vero, Laura Chiatti mostra un seno piatto e nel complesso non molto sexy.
Nata Castiglione del Lago, in provincia di Perigua, Laura Chiatti tenta la carriera di cantante incidendo due dischi in inglese. Nel 1996 vince il concorso di bellezza Miss Teenager Europa. Nel 2000 debutta come attrice nella soap opera di “Un posto al sole”. Nel 2004 esordisce nel cinema “Mai più come prima” di Giacomo Campiotti.
Nel video la scena del film “Il caso dell’infedele Klara” in cui Laura Chiatti è nuda:



martedì 10 marzo 2009

LIVE! - ASCOLTI RECORD AL PRIMO COLPO

Live! - Ascolti record al primo colpoTitolo originale: Live!
Nazione: USA
Anno: 2007
Genere: drammatico
Durata: 1h36m
Regia: Bill Guttentag
Sceneggiatura: Bill Guttentag
Fotografia: Stephen Kazmierski
Musiche: Phil Marshall
Cast: Eva Mendes, David Krumholtz, Katie Cassidy, Eric Lively, Monet Mazur, Rob Brown, Jay Hernandez, Jeffrey Dean Morgan, Danny Comden, Paul Michael Glaser, Andre Braugher, Michelle Krusiec


Trama
La produttrice televisiva dell’ABN Katy Courbet per vincere la guerra degli indici di ascolto in piena guerra con gli altri network nel campo dei reality show, sta cercando qualcosa di innovativo ed accattivante, uno show estremo che possa tenere incollati i telespettatori davanti la tv. Durante una riunione con il suo staff salta fuori l’idea di “Live!”, un reality show in cui i concorrenti dovranno sfidarsi alla roulette russa per portarsi a casa il montepremi di cinque milioni di dollari, soldi che andranno chiaramente soltanto ai cinque che rimarranno in vita Per riuscire a mandare in onda il suo show, Katy dovrà superare mille ostacoli: eludere le leggi della Costituzione americana, convincere gli sponsor e vincere le resistenze dei dirigenti del network, preoccupati di ledere l’immagine pubblica del network.

Recensione
“Live! - Ascolti record al primo colpo” vede dietro la mdp il regista di documentari Bill Guttentag, già vincitore di due Premi Oscar nel 1989 e nel 2003 per i cortometraggi “You don’t have to die” e “Twin towers”. Guttentag infatti non abbandona il genere che l’ha portato al successo, realizzando “Live! - Ascolti record al primo colpo” in stile mockumentary, un finto documentario, riprendendo tutta gli episodi che hanno portato Katy Courbet alla realizzazione di uno spettacolo televisivo che sarebbe rimasto nella storia televisiva mondiale. “Grande fratello”, “La talpa” e gli altri reality show sono ormai diventati quotidianità televisiva. Show in cui tutto sembra essere fatto per la gloria ed il successo dei concorrenti, quando invece questi vengono manipolati attraverso le loro vite personali, rendendo pubbliche le loro angosce emotive ed i loro problemi personali. Infatti, spinti da logiche di mercato, i network televisivi hanno nell’audience il fine ultimo delle proprie produzioni, lontani ormai dalla ricerca di prodotti che abbiano contenuti culturalmente validi.
“Live! - Ascolti record al primo colpo” è dunque una critica non soltanto alle tv, ma al pubblico ormai disinteressato alla cultura ed attirato soltanto da immagini scioccanti e ignobili scandali, senza più un briciolo di buon senso. Probabilmente la televisione non è colpevole di questa voglia di sensazionalismo, ma un mezzo molto più semplice ed immediato per condurre ogni genere di immagine a destinazione. Come affermato durante il film, già in passato la gente rimaneva affascinata dalla visione della morte: in Francia, durante la rivoluzione francese, erano immense le folle che assistevano alla decapitazione dei nobili; nella Roma Caput Mundi, il Colosseo era sempre gremito di spettatori eccitati nel guardare i leoni divorare i cristiani. Singolare l’utilizzo del film nel film che, attraverso il documentario sul lavoro di produzione dello show. Lo spettatore è maggiormente immerso nella finzione filmica determinando così un senso di realismo capace di impressionare, accrescendo il senso di partecipazione tipico del “Grande fratello”.
La cosa che più sorprende in “Live! - Ascolti record al primo colpo” è la sua attrice protagonista (anche produttrice del film) Eva Mendes capace di trasmettere l’ostinazione di una cinica donna in carriera che vuole partorire a tutti i costi il suo prodotto, valicando leggi e morale, in nome del successo mediatico. Mai l’attrice americana di origini messicane aveva dato prova di un’interpretazione così intensa e determinata. Escludendo David Krumholtz, incapace di fare da spalla alla protagonista, è perfetta la scelta del cast che si identifica poi con quella dei concorrenti dello show: Katie Cassidy è Jewel, la bionda attricetta fuggita dalla provincia intenzionata a diventare una star di Hollywood (buono anche il doppiaggio che la rende insipida ed un po’ stupidotta); Eric Lively è Brad, universitario belloccio amante degli sport estremi, spaventato dall’idea di vivere il resto della sua vita dietro la scrivania di un ufficio; Jeffrey Dean Morgan, un mix tra Robert Downey Jr. e Javier Bardem, è Rick, un agricoltore caduto in disgrazia innamorato della sua famiglia, per la quale è disposto a tutto; Rob Brown è Byron, uno scrittore afroamericano di buona famiglia, dal look in perfetto Obama-style, frustrato dalla mancata pubblicazione dei suoi romanzi e dunque alla ricerca di una forte emozione da raccontate; Jay Hernandez è Pablo, carino ma povero, messicano e gay, caratteristiche non troppo apprezzate negli USA; Monet Mazur è Abalone, famosa ex modella, scappata dalle passerelle per approdare nell’arte, prodotta con eccentricità ed anticonformismo. Sei concorrenti che dovranno premere il grilletto in un gioco mortale visto in diretta da milioni di telespettatori.
Se Guttentag risulta ottimo come regista, capace di utilizzare con furbizia la mdp, in particolare durante lo show televisivo, difetta come sceneggiatore, limitando in parte il valore della pellicola soprattutto nella struttura ipotizzata nel gioco che, con alcuni stratagemmi, poteva portare a risultati decisamente migliori. I personaggi sono poco approfonditi, limitando la loro presenza alle schede di presentazione dello show. Se invece di indugiare eccessivamente sugli episodi relativi alla produzione dello show, avesse dato spazio alle vite quotidiane dei concorrenti, si sarebbe creata una maggiore empatia tra lo spettatore e questi ultimi. Infatti durante lo show finale è difficile parteggiare per uno o per l’altro essendo tutti dei perfetti sconosciuti.
“Live! - Ascolti record al primo colpo” risulta dunque un film piuttosto penalizzato dalla sceneggiatura, ma in fin dei conti cattura lo spettatore fino ai titoli di coda, grazie anche ad alcuni riusciti colpi di scena. Un film che poteva essere un ottimo prodotto, uno spunto di riflessione su questioni morali che già coinvolgono l’opinione pubblica (vedi il caso di Jade Goody, ex concorrente del Grande Fratello inglese e malata di cancro che ha venduto i diritti televisivi dei suoi ultimi giorni di vita). Alla fine però “Live! - Ascolti record al primo colpo” risulta essere davvero una piacevole sorpresa.

Voto: 60%


lunedì 9 marzo 2009

GIOTTO E IL TRECENTO IN MOSTRA A ROMA

La mostra “Giotto e il Trecento. Il più Sovrano Maestro stato in dipintura” è aperta al pubblico dal 6 marzo al 29 giugno 2009 presso il Complesso del Vittoriano a Roma. Un’importante rassegna dedicata ad uno dei maggiori artisti italiani del Medioevo che influenzò con le sue opere il modo di concepire l’arte nel Trecento. Oltre 150 opere, provenienti da importanti istituzioni museali ed ecclesiastiche sia italiane che straniere, sono in esposizione per ripercorrere la vita e la carriera di Giotto, al secolo Giotto di Bondone (probabilmente diminutivo di Ambrogio o Angiolo di Bondone). Nato a Colle di Vespignano intorno al 1267 (non ci sono certezze né sul luogo né sull’anno di nascita), Giotto si trasferì giovane a Firenze dove divenne allievo del Cimabue. In seguito affermò la sua arte un po’ in tutta l’Italia, stabilendosi nelle città di Roma, Padova, Arezzo, Rimini, Assisi e Napoli. Le sue opere rappresentarono un punto di scolta dell’arte italiana, passando dallo stile artistico bizantino ad uno stile più realistico ed innovativo. La rappresentazione tridimensionale dello spazio, il recupero dell’immagine e della figura umana divennero grazie a Giotto caratteristiche fondamentali rinnovando così l’arte italiana. Le qualità innovative di Giotto furono già comprese dai suoi contemporanei, come dimostrano le diverse citazioni nella letteratura fin dai primi decenni del ‘300.
La mostra “Giotto e il Trecento. Il più Sovrano Maestro stato in dipintura” curata da Alessandro Tomei, professore ordinario di Storia dell’Arte Medievale presso l’Università “G. D’Annunzio” di Chieti-Pescara, in collaborazione con Claudia Viggiani, offre un’attenta analisi della situazione artistica italiana tra l’ultimo decennio del XIII secolo e la prima metà del XIV secolo, seguendo gli spostamenti di Giotto nella nostra Penisola. La parte principale della mostra è dunque improntata su una dettagliata ricostruzione della sua carriera artistica in riferimento alle scuole pittoriche dei luoghi dove Giotto produsse le proprie opere, spesso perdute per sempre ed in altri casi difficilmente riconducibili alla sua mano, poiché il maestro toscano amava circondarsi di una folta schiera di discepoli ai quali consentiva di partecipare attivamente alla realizzazione delle opere.
L’influenza di Giotto non si limitò alla sola pittura, ma, come viene testimoniato nell’esposizione capitolina, trovò ampio seguito nel settore delle arti suntuarie (oreficerie e manoscritti miniati), all’epoca il più diffuso mezzo per la circolazione di temi stilistici e iconografici. La sezione dedicata alla scultura presenta alcune opere di Nicola Pisano e Arnolfo di Cambio che testimoniano l’importanza di questi due artisti per la formazione di Giotto. Sono altresì presenti in questa sezione alcune opere di Giotto su temi spaziali e di naturalismo già presenti nelle opere arnolfiane e in seguito approfondite da altri grandissimi maestri, quali Giovanni Pisano, Tino di Camaino, Giovanni di Balduccio e Andrea Pisano. Ampio spazio è invece riservato alla scuola romana, un’occasione importante per comprendere il ruolo che Roma e i suoi antichi monumenti svolsero nella formazione dell’arte di Giotto.
Assieme ai capolavori giotteschi, la mostra raccoglie le opere di numerosi illustri artisti quali Cimabue, Giovanni Baronzio, Arnolfo di Cambio, Ambrogio Lorenzetti, aprendo dunque un’ampia finestra sull’arte italiana del tempo. Collegato alla mostra è l’interessante progetto “L’altro Giotto”, grazie al quale è possibile ammirare nelle sale del Complesso del Vittoriano le innumerevoli opere che, sia per la loro imponente struttura che per l’estrema fragilità, non sono state trasferite in occasione dell’esposizione, ma ritenute fondamentali per la comprensione dell’arte di Giotto nel Trecento.
La mostra “Giotto e il Trecento. Il più Sovrano Maestro stato in dipintura”, nata sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Italiana, è promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali, con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Senato della Repubblica, della Camera dei Deputati, del Ministero degli Affari Esteri, nonché del Pontificio Consiglio della Cultura, della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e della Conferenza Episcopale Italiana e avvalendosi del sostegno della Presidenza del Consiglio dei Ministri, di ENIT - Agenzia Nazionale del Turismo, del Comune di Roma, della Provincia di Roma e della Regione Lazio. La mostra è organizzata e realizzata da Comunicare Organizzando.

Info
Sede: Complesso del Vittoriano, Via di San Pietro In Carcere, Roma
Periodo: 6 marzo - 29 giugno 2009
Orari: 9.30-19.30 (tutti i giorni), 9.30-23.30 (venerdì - sabato), 9.30-20.30 (domenica)
Ingresso: €10,00 intero - €7,50 ridotto
Tel: 066780664 (infos)


"L'ANIMA DELL'ACQUA" IN MOSTRA A MILANO

L’acqua, elemento fondamentale della vita dell’uomo, è la protagonista de “L’anima dell’acqua”, una mostra che si tiene a Milano presso il Palazzo Reale dal 29 novembre 2008 al 13 aprile 2009.
Già all’ingresso della mostra il visitatore si ritrova circondato dalle splendide immagini e dal suono tranquillizzante dell’acqua. La sua storia viene ripercorsa attraverso 121 opere di importanti artisti quali, tra i gli altri, Caravaggio e Tintoretto.
La mostra “L’anima dell’acqua” è articolata in sei sezioni che chiariscono la funzione dell’acqua come elemento basilare della storia dell’uomo attraverso un percorso illuminate sull’importanza di questa sostanza generatrice di ogni cosa.

L’acqua come creazione
L’acqua segna la nascita dell’universo rappresentando così la principale fonte di vita, anche se spesso il suo impeto ha determinato una minaccia per il mondo in una sorta di opposizione tra bene e male. Tra i dipinti presenti in questa sezione, è necessario menzionare “L’armadio dell’acqua nera” dell’artista Fabrizio Plessi (1990).

L’acqua come madre
L’acqua raffigura la vita nel grembo materno attraverso il liquido amniotico che accoglie e protegge il feto, assumendo così forti simbologie filosofiche e religiose. La religiosità dell’acqua è descritta attraverso l’allattamento della Madonna, madre di Cristo, magnificamente celebrata nel dipinto “Madonna dell’umiltà” di Masolino da Panicale (1415).

L’acqua come bellezza
La maggior parte del corpo umano è composto da acqua, un elemento dunque fondamentale per il benessere: facilita l’eliminazione delle scorie, si interpone nel sistema di regolazione della temperatura corporea, donando bellezza, vitalità e giovinezza. Elementi evidenti nel quadro di Giovanni Segantini “L’amore alla fonte della vita” (1896).

L’acqua come viaggio
Un viaggio introspettivo, alla ricerca dell’essenza e dell’identità dell’uomo. Ma anche un viaggio che consente anche di oltrepassare i propri limiti, come l’Ulisse omerico o dantesco. La figura di Ulisse è ritratta nell’opera “Ulisse e le sirene” di Herbert Draper (1909)

L’acqua come trasformazione
L’acqua nelle campagne e nelle città ha sempre avuto un carattere determinante nella metamorfosi dei paesaggi, sia dove si trova copiosa che dove manca completamente. L’uomo ha costruito e trasformato posti fantastici, li ha modellati a suo piacimento, condizionandone i suoi stessi comportamenti. Ma anche specchio e mezzo di sdoppiamento, come nel capolavoro “Narciso” generalmente attribuito a Caravaggio, dipinto tra il 1577 ed il 1579, o nel video di Bill Viola “Reflecting Pool” (1979).

L’acqua come purificazione
L’acqua libera dal peccato e fa rinascere l’uomo nuovo a nuova vita. Il concetto della purificazione è basilare nella religione cristiana. Opere di assoluto valore come “Ultima cena” (XVI secolo) del Tintoretto e “Samaritana” (1920) di Julio Romero de Torres.

La mostra “L’anima dell’acqua” espone dunque numerosi capolavori, fra i quali risalta il celebre “Narciso”, attribuito al Caravaggio dallo storico dell’arte Roberto Longhi. Un’opera rimane comunque d’indubbia bellezza, arricchita dai forti contrasti fra luce e ombra, tipici del Caravaggio. L’occhio viene rapito da quel ginocchio in piena luce, cardine dell’opera.
Un dipinto in cui l’artista decifra il tema mitologico sottolineandone la drammaticità, invece di proporla nell’equilibrio classico. Non esistono elementi dell’ambiente circostante, anche se lo sfondo scuro potrebbe far pensare al fiume Stige, nelle cui acque, come racconta il poeta Ovidio nelle “Metamorfosi”, l’immagine di Narciso è riflessa per l’eternità.
Narciso affiora dall’ombra e concentrando così l’attenzione sul personaggio. la cupa resa del fondo e dei flutti, Caravaggio sceglie infatti le atmosfere offerte del rapporto luce-ombra mettendo in evidenza lo splendore degli abiti che concorrono alla sua bellezza.
La mostra “L’anima dell’acqua”, realizzata da Fondazione DNArt, è curata da Elena Fontanella e Cosimo Damiano Fonseca, ed è collocata all’interno del più ampio progetto ENERGIACQUA, condiviso e sostenuto da Regione Lombardia Assessorato alle Reti e Servizi di Pubblica Utilità e Sviluppo Sostenibile.

Info Sede: Palazzo Reale - Piazza del Duomo, 12 - Milano
Periodo: 29 novembre 2008 - 13 aprile 2009
Orari: 9.30-19.30 (tutti i giorni), 14.30-19.30 (lunedì), 9.30-22.30 (giovedì)
Ingresso: €9,00 intero - €7,00 ridotto - €4,50 ridotto speciale
Tel: 0229010404 (infos e prenotazioni)
Note: la biglietteria chiude un’ora prima


venerdì 6 marzo 2009

THE INTERPRETER

The interpreterTitolo originale: id.
Nazione: USA
Anno: 2005
Genere: thriller
Durata: 2h10m
Regia: Sydney Pollack
Sceneggiatura: Scott Frank, Charles Randolph, Steven Zaillan
Fotografia: Darius Khondji
Musiche: James Newton Howard
Cast: Nicole Kidman, Sean Penn, Catherine Keener, Jesper Christensen, Yavan Attal, Clyde Kusatsu, Michael Wright, Hugo Speer, Maz Jobrani, Eric Keenleyside, Curtiss Cook, George Harris, Yusuf Gatewood


Trama
Silvia Broome lavora come inteprete presso l’ONU, a New York. Una sera, nel recuperare alcuni oggetti personali dimenticati nella sua cabina del suono, ascolta accidentalmente una discussione che sembra avere tutte le caratteristiche di un attentato ai danni del Presidente dello Stato africano del Matobo, un piccolo Stato africano. Silvia racconta l’episodio al servizio di sicurezza che la affida all'agente dei Servizi Segreti statunitensi Tobin Keller, il quale si dimostra però subito diffidente verso di lei, anche perché l’agente scoprirà che Silvia è un'africana bianca originaria proprio del Matobo e che sembra aver avuto in passato qualche rapporto con il presidente in pericolo di vita.

Recensione
Diretto da un maestro della regia quale Sydney Pollack, “The interpreter” è un thriller a sfondo politico che, seppur limitato da una sceneggiatura poco attendibile, fonde tematiche sociali ad scene d’azione avvincenti. La trama si mantiene interessante solo per il continuo intrecciarsi tra verità e falsità attraverso il personaggio di Silvia, interpretato da una sommessa ma sempre interessante Nicole Kidman, analizzato a fondo anche se in alcuni tratti troppo forzato. Brava comunque a mantenere per l’intera pellicola l’atteggiamento duro ed introverso congeniale all’ambiguità del personaggio sulla quale si sostiene l’intera pellicola. Insufficiente la prova di Sean Penn, forse una delle più anonime della sua carriera, vittima di un personaggio stereotipato, Tobin Keller, scontroso nei modi a causa del suo cuore infranto. Al principio intento ad investigare sul passato di Silva per appurare i suoi legami con la vicenda, Tobin verrà a conoscenza di situazioni a lui molto lontane, scoprendo man mano Silvia, rimanendone fatalmente attratto: il trionfo dello stereotipo!
“The interpreter” non possiede quell’impulso necessario ad intrigare lo spettatore caricato da situazioni troppo aggrovigliate e che si risolvono con disarmante semplicità. Ne consegue che il film rimanga avvolto in una nuvola di banalità risultando un infelice minestrone all’americana in salsa internazionale.
In sintesi, “The Interpreter” pur offrendo spunti interessanti su argomenti di indubbio spessore, difetta proprio nella sua essenza di thriller, non essendo dotato di quella spinta capace di intrigare lo spettatore, penalizzato da una sceneggiatura che presenta alcune incongruenze e decisamente prevedibile. Un film sicuramente sufficiente anche se privo di quelle caratteristiche tali da farlo ricordare nel tempo.

Voto: 65%


giovedì 5 marzo 2009

E' MORTO SALVATORE SAMPERI

E’ morto all’età di 65 anni Salvatore Samperi, uno dei registi e sceneggiatori che resero famoso il genere erotico nell’Italia anni ‘70. Nato a Padova da un’agiata famiglia borghese, dopo essere stato segretario di edizione in alcuni film di Marco Ferreri, Samperi esordisce dietro la mdp nel 1968 con “Grazie zia”, un film ispirato a “I pugni in tasca” di Marco Bellocchio e che ebbe un buon successo di critica e di pubblico grazie ad un mix di umorismo nero, erotismo e critica sociale, in particolare, nei confronti della famiglia borghese. Nei suoi successivi film “Cuore di mamma” (1968), “Uccidete il vitello grasso e arrosti elo” (1969) e “Beati i ricchi” (1972) perseverò nelle stesse tematiche. E’ il 1973 l’anno in cui esordisce nel cinema erotico con una delle sue pellicole più celebri, “Malizia”, interpretato da una sensuale Laura Antonelli. Nel 1976 ebbe un nuovo incredibile successo con “Sturmtruppen”, nel quale Samperi non si limitò a trasferire i fumetti di Bonvi, ma ne valorizzò le tematiche con una comicità satirica e con una buona dose di anti-militarismo. Dopo aver continuato nel genere erotico (“Casta e pura”, “Fotografando Patrizia”), ritento il successo di “Malizia” con un sequel dal titolo “Malizia 2000”, sempre con la Antonelli. Il film però ebbe pessimi risultati e segnò il termine della carriera per la sua interprete. Dopo questo insuccesso si ritirò dal cinema e solo nel 2004 ritornò alla regia dirigendo film per la tv come “Madame” con Nancy Brilli e, due anni dopo, “L’onore e il rispetto”, interpretato da Gabriel Garko e Serena Autieri.


THE WRESTLER

The wrestler - Recensione e criticaTitolo originale: id.
Nazione: USA
Anno: 2008
Genere: drammatico
Durata: 1h45m
Regia: Darren Aronofsky
Sceneggiatura: Robert Siegel
Fotografia: Maryse Alberti
Musiche: Clint Mansell
Cast: Mickey Rourke, Marisa Tomei, Evan Rachel Wood, Mark Margolis, Wass Stevens, Todd Barry, Ernest Miller, Dylan Summers, Tommy Farra, Judah Friedlander, Marcia Jean Kurtz, Mike Miller


Trama
Randy “The Ram” Robinson, campione di wrestler alla fine degli anni ’80, oggi sopravvive esibendosi in squallidi incontri nelle palestre dei licei e nelle comunità del New Jersey di fronte a pochi spettatori. Ma Randy vive per il wrestling, per il piacere del combattimento e per l’affetto dei fan che ancora lo seguono. Dopo un incontro, si accascia al suolo e viene di corsa portato in ospedale. Gli viene diagnosticato un infarto ed il medico gli impone si smettere di combattere, perché il suo cuore ormai non è più in grado di sopportare le fatiche del ring. Randy prova a iniziare una nuova vita: trova lavoro in un supermercato, tenta di riallacciare i rapporti con la figlia da lui abbandonata per molto tempo cerca l’amore di Pam, in arte Cassidy, una spogliarellista di un night club.

Recensione
Darren Aronofsky, acclamato regista di splendidi film come “Requiem for a dream” e “Pi greco - Il teorema del delirio”, abbandona il suo stile visionario e paranoico di tali pellicole e ne adotta uno più naturale e concreto per narrare in “The wrestler” la storia di un personaggio ormai lontano dal successo sportivo e mediatico. Per il ruolo del wrestler Randy “The ram” viene scelto Mickey Rourke e mai scelta fu più azzeccata: la storia di Randy sempra essere lo specchio di quella dell’attore e i segni delle sofferenze sul volto di Randy sono le stesse di Mickey. Poco considerato da importanti produttori di Hollywood, si ritrovò coinvolto in tornei di boxe illegali che a causa di un abuso di medicinali ed altre sostanze, gli rovinaro mente e fisico. Allo stesso modo, Randy era una leggenda del wrestling negli anni ’80 ma di lui oggi rimane solo l’ombra del campione, costretto disputare incontri in squallide palestre per riuscire ad arrivare alla fine del mese e passando le notti da solo in una misera roulotte.
Cercando dunque di raccontare in “The wrestler” una storia il più possibile vicino ad una dolorosa realtà, Aronofsky imbraccia la mdp e lo segue in ogni suo movimento, senza particolari artifici visivi ed un senso di realismo sorprendente. Molto curata è la sezione sonora: musica e rumori generano un’atmosfera reale e coinvolgente. Splendida è la scena in cui Randy indossa gli abiti da lavoro, inizia a camminare per i magazzini del supermercato e pian piano si ascolta in sottofondo crescere l’urlo del pubblico, come se il Randy dipendente di un supermercato, stesse in realtà salendo sul ring. Giunto alla porta che lo introduce nella parte del supermercato aperta ai clienti, il grido dei fan scompare lasciando il posto all’insopportabile musichetta che fuoriesce dagli altoparlandi del negozio.
Ogni aspetto della vita di Randy è dimostrazione del suo stato di declino ed il suo corpo pieno di cicatrici è ormai “un vecchio pezzo di carne maciullata”. Incapace di adattarsi ad una vita normale lontana dal ring, amareggiato per la mancanza di un rapporto affettivo con la figlia che ha trascurato per anni, Randy affronta però il suo senso di rammarico senza perdere il suo spirito combattivo da lottatore, ma ormai è un uomo avvolto nella sua solitudine, la stessa provada da Rourke e da lui ammessa a tutto il mondo, tanto da rimanere fortemente attaccato ai suoi affettuosi cagnolini.
Randy cerca il conforto ed il sostegno della spogliarellista Cassidy, ma è incapace di dimostrarle di essere più di un semplice cliente. Cerca di recuperare un rapporto con sua figlia, ma la ragazza è ostile e diffidente nei confronti di un padre assente per troppo tempo.
Marisa Tomei, attrice splendida a dispetto dei suoi 45 anni, è Cassidy, una spogliarellista dal cuore d’oro ormai sul viale del tramonto, con molti punti in comune con Randy. L’attrice newyorkese si dimostra perfetta nel ruolo, lasciando il segno sia fisicamente (il mondo sarebbe un posto migliore se esistessero mogli sulla soglia dei 50 anni così belle e sensuali) che nel trasmettere i sentimenti constrastanti di Cassidy.
La colonna sonora di “The wrestler” è una collection di musica hard rock degli anni ’80, composta da gruppi storici come Scorpions, Cinderella, Guns N’Roses, ma splendido è il contributo di Bruce Springsteen con il brano intitolato proprio “The Wrestler”, vincitore del Golden Globe come miglior canzone originale. Incantevole e nostalgica, la canzone in realtà pur presente nei titoli di coda del film, non è presente nella colonna sonora ufficiale del film.
“The wrestler” è un film che tutti i fan del wrestling ameranno: le arene realmente utilizzate negli incontri, wrestler famosi che appaiono durante la pellicola, le mosse studiate dai due avversari prima del match, il commercio degli antidolorifici e delle sostanze dopanti. Ma principalmente è un film splendido, il ritratto di un’America che pur uscendo ferita da difficili situazioni, riesce a farlo sempre a testa alta. Regia d’autore, interpretazioni perfette, colonna sonora trascinante ed un finale splendido fanno di “The wrestler”, un film memorabile: Leone d’Oro al Festival di Venezia; due Golden Globe (miglior attore e migliore canzone, quella di Springsteen); 3 Independent Spirit Awards (miglior film, attore protagonista e fotografia) e due nomination agli Oscar 2009 (miglior attore e migliore attrice non protagonista). Un peccato che l’intensa interpretazione di Mickey Rourke non abbia ricevuto il giusto riconoscimento al Festival di Venezia ed agli Oscar 2009.

Voto: 87%



lunedì 2 marzo 2009

"MOANA PORNO-REVOLUTION" AL TEATRO LITTA (MILANO)

“Moana Porno-Revolution” è uno spettacolo teatrale in scena a Milano, al Teatro Litta (Sala “La Cavallerizza”) dal 6 al 15 marzo 2009, con Irene Serini e Marcela Serli alla regia.
“Moana Porno-Revolution” narra la storia di Anita, una giovane mai troppo dedita al sesso che per caso legge un giornaletto porno. Anita resta terrorizzata ma entusiasmata da quella particolare “lettura”. Da un giornaletto porno incomincia dunque un viaggio nel mondo di Moana Pozzi, un mondo fatto di sesso, provocazione, perversione, ma anche di tanto amore. Un tuffo nella sessualità e nei suoi tabù, ma anche dei primi amori di Moana, dei suoi numerosi amanti, colleghi, ammiratori e fruitori di hard-core, dei suoi amici, di sua madre, per poi ritornare di nuovo al personaggio di Anita, la giovane protagonista. Una ragazza come tante, travolta inconsapevolmente dalla sua voglia di fare la propria “porno-revolution”. “Moana Porno-Revolution” è un dramma in movimento, sprovvisto di un percorso filologico e temporale, ma dai contenuti seguono un filo conduttore descritto dalla figura dell’attrice hard, una donna che considerava la lussuria non come un vizio ma piuttosto come un piacere. Moana Pozzi è stata un personaggio provocante e sconvolgente, convinta della sua professione che amava esercitare come un’arte. Così dall solitudine di una stanza, da un giornale trovato per caso e si svolge un viaggio fatto di scoperte e meraviglia. Senza alcun ovvio imbarazzo, né falsa moralità.


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